Si impara ad includere oppure si impara ed escludere?

I bambini includono in modo spontaneo? Dove, quando e per quale ragione impariamo ad un certo punto (e tanto facilmente) ad escludere?

Cosa ci fa sentire meglio: includere o escludere?

È preferibile essere inclusi o essere esclusi?

L’inclusione è un diritto? Un dovere? Una competenza? Va insegnata? La si apprende per ragionamento o per imitazione?

Oggi vi accolgo con queste domande, che sono quelle che a un certo punto, quando ho scelto di voler mettermi in dialogo con questo cromosoma 21, ho iniziato a pormi .

Gabriele, il mio secondo bimbo, 17 mesi di pura energia vitale (luglio 2020), in questi giorni si rivolge a me usando frequentemente un’espressione che io trovo dolcissima: “insieme mamma, insieme”, reclamando non tanto il mio intervento rispetto a una situazione difficoltosa, quanto la mia presenza attiva lì dove vuole lui e in quel preciso momento, esprimendo poi, tramite quella sua stessa tenera vocina e con quel suo sguardo persistente, la gioia intensa per essermi stato vicino e per avermi avuto vicino nel suo “qui” ed “ora”.

Insieme, Amu, insieme!” così si rivolge a suo fratello, nel tentativo di essere coinvolto da lui o di coinvolgere Samu stesso in un suo gioco.

Non so in che modo germoglierà questa sua intensa e preziosa richiesta e interesse per lo stare insieme; al momento mi godo i suoi 17 mesi e il suo esserci, cogliendo l’occasione che lui crea in me per chiedermi: come mai, generalmente, bisogna poi insegnare ai preadolescenti, per esempio a scuola, che includere è importante e anche più bello (e più vantaggioso) che non l’escludere?

Perché inoltre, fin dalla tenera età, possono esserci atteggiamenti di competizione e derisione piuttosto che di solidarietà e rispetto delle differenze?

Come mai ho incontrato negli anni, in classe, molti ragazzi che non avevano idea di essere ciascuno una parte di un tutto, chiamato gruppo – classe?

In questi anni c’è un gran dire rispetto all’inclusione, ne parlano in tanti e molti genitori la pretendono per i propri figli a scuola.

Questo dell’inclusione è un concetto che ha infatti preso piede nel mondo del lavoro e pure nella scuola italiana e nelle università; mi pare però che se ne senta parlare in riferimento, per lo più, a chi gode di certe “etichette” figlie del nostro tempo, a chi cioè è indicato come disabile, straniero, povero, immigrato, anziano, e altro. Questo stesso limite di applicazione del termine inclusione, solo in riferimento cioè a chi vive condizioni di svantaggio di cui sopra, denuncia in fondo la povertà del nostro agire mentale e culturale.

Inoltre spesso si sottintende che noi, quelli fortunati (non disabili, non stranieri, non poveri, non immigrati, non anziani), siamo in fondo delle brave persone proprio perché concediamo ad altri, a quelli cioè meno fortunati, la “grazia” di essere presenti alle nostre attività, di essere quindi ammessi, e forse coinvolti attivamente, durante le lezioni scolastiche, piuttosto che nelle nostre conversazioni o eventi socio-culturali. D’altra parte, in Terre non troppo distanti da noi, esistono ancora le classi speciali…

Ma le cose stanno proprio così? Chi include è più fortunato e buono e concede un diritto?

Includere un altro essere umano è un di più che possiamo concedere ad altri esclusi o, piuttosto, dovrebbe essere un atteggiamento di scontata solidarietà e vicinanza tra uomini al punto che non dovrebbe nemmeno essere necessario continuare a parlare di inclusione?

E cioè mi domando se, per caso, tutto questo gran parlare di inclusione, se tutto questo gran ragionare, ad esempio, a proposito di strumenti scolastici pensati per raccontare e costruire azioni di inclusione, pei-pai-pdf-pdp, non racconti semplicemente della reale necessità, da parte degli adulti, di capire noi per primi qualcosa di più di questa inclusione, che forse al momento è ancora percepita più a livello di formalità, dal gusto burocratico, e così confusa con il termine di integrazione.

Infatti ho l’impressione che non sia sempre chiara la concreta differenza tra i concetti pedagogici (e le conseguenti azioni didattiche) dell’includere e dell’integrare. E quanto si offre ai ragazzi in classe è per lo più integrazione infatti: saper includere richiede la grande capacità di offrire occasioni di apprendimento personalizzato.

Immagine presa dal web

Sintetizzo così e in modo semplice:

INTEGRAZIONE – il concetto di integrazione potrebbe corrispondere alla situazione in cui la persona svantaggiata sia effettivamente presente (in classe, per esempio) ma non inserita in modo attivo o perfettamente coinvolta: per qualche dinamica precedente o successiva alla proposta stessa (es. alla attività in classe) si crea effettivamente una situazione di disuguaglianza e la persona svantaggiata resta comunque in disparte e la sua presenza non determina alcun cambiamento e/o impatto sul gruppo di riferimento. Gli alunni integrati fanno cioé, al massimo, da spettatori.

INCLUSIONE – il concetto di inclusione, invece, è diverso. L’inclusione si fa quando si crea una proposta a tutto il gruppo di riferimento (quello scolastico, quello famigliare, sportivo, locale, ecc) a partire dalle fragilità e potenzialità della persona svantaggiata. Questo è l’atteggiamento che permette a insegnanti, a genitori, educatori e terapisti, di essere veramente inclusivi: e cioè di attivare dinamiche di partecipazione attiva da parte di ciascun membro del gruppo di riferimento.

E poi esistono anche le situazioni di SEGREGAZIONE (immagina che i pallini colorati siano tutti chiusi dentro un altro cerchio, esterno rispetto quello dei comuni pallini verdi) e di ESCLUSIONE (in questo caso immagina i pallini colorati fuori dal cerchio, tutti a guardare i pallini verdi, interni al cerchio).

Includere richiede impegno all’adulto di riferimento: creare situazioni inclusive richiede un pensiero gentile e onesto, capace anche di attenzioni di cura cognitiva, richiede tempo e energia; insegnare ad altri l’inclusione richiede il saperlo essere in prima persona. L’inclusione richiede sforzo.

Per questo è più facile e frequente che, invece, si realizzino proposte di integrazione, segregazione o esclusione.

Costruiamo inclusione a partire dalle nostre personali realtà famigliari

Non sono in grado di rispondere in modo adeguato a ogni mio interrogativo prima posto né è questo il momento per farlo; però sono certa che, desiderando che il mio piccolo Gabriele continui a nutrire il desiderio di fare ed essere insieme agli altri, dovrò impegnarmi io per prima, che sono la sua mamma, per curare questo “semino” che c’è già in lui.

Come potrà lui restare inclusivo, solidale, collaborativo, evitando di maturare persistenti e caratterizzanti atteggiamenti di competizione e di emarginazione?

Probabilmente una buona risposta è: imitando gli adulti di riferimento e, esposto alle adeguate condizioni, ricevendo lui stesso un buon imprinting, ovvero ottenendo già per sé stesso risposte di accoglienza e di inclusione rispetto al proprio vivere.

Cari genitori, cari insegnanti e cari amici di Sindrome da Apprendimento,

la responsabilità di quanto oggi raccogliamo per esempio dai nostri preadolescenti è solo nostra, degli adulti loro riferimento. Prima di insegnare l’inclusione ai nostri figli, prima di raccomandare ai nostri figli di essere inclusivi e prima di incoraggiare gli altri figli a lasciarsi includere, prima di pretendere da altri adulti l’inclusione a beneficio dei nostri figli, riflettiamo sul nostro saper essere attivamente costruttori di inclusione e sul nostro essere persone che si lasciano includere.

L’adulto inclusivo

E noi adulti siamo inclusivi tra noi? Siamo in grado di esprimere solidarietà, accoglienza, empatia anche nei confronti di un altro adulto che riteniamo “diverso”? Diverso per modalità di risposta, di pensiero, di stile professionale e o personale…

A parer mio, non basta demandare alla scuola la costruzione di inclusione; non posso io mamma pensare che sia compito solo della scuola insegnare a mio figlio sia ad essere inclusivo verso gli altri sia a richiedere per se stesso inclusione; non posso pensare che l’inclusione sia un diritto (forse!) solo dei più “sfigati”; non posso io insegnante preoccuparmi di certe dinamiche solo qualche ora al mese, durante le assemblee di classe, oppure limitatamente a certi contesti; non basta sentirsi a posto con la coscienza perché si frequentano gruppi di volontariato per persone con disabilità.

Arrivo al dunque:

includere: dal lat. includĕre, comp. di in– e claudĕre «chiudere»1

La parola inclusione rimanda di per sé proprio al gesto del chiudere in, del mettere insieme, dello stare insieme, del creare vicinanza, del contenere, del tenere con: tengo insieme, con piacere e con rispetto, creando energia, libertà, restituendo dignità al fragile e richiedendo la sua partecipazione, al di là del suo colore o altra caratteristica. Includo: non mi accontento che lui sia fisicamente presente, ma creo le condizioni perché collabori alla costruzione del gruppo e delle attività di gruppo.

Immagine presa dal web

1http://www.treccani.it/vocabolario/includere/

E allora noi di Sindrome da Apprendimento ci proviamo, vogliamo crederci: gli adulti possono dare il buon esempio ed essere inclusivi, oltrepassando le barriere della competizione e della solitudine (ne abbiamo parlato anche in questo articolo, a proposito della celiachia di Samuele). Non è sempre semplice, e nessuno potrà garantirvi che sarà semplice. Tanto più nei luoghi che sono ambienti di apprendimento: per soddisfare infatti le esigenze di tutti e di ciascuno si dovrebbe sposare un approccio all’apprendere personalizzato e favorire la didattica metacognitiva. Non si tratta di pratiche e prassi facili e comuni ma il successo è assicurato.

Concludendo

E dunque: di inclusione, a mio parere, se ne potrebbe parlare davvero molto meno; il fatto che oggi si senta il bisogno di spiegarla e di insegnarla dimostra che gli adulti di questo tempo non hanno sviluppato questa attitudine.

L’inclusione andrebbe semplicemente vissuta di più, come uno stile di vicinanza che in modo assolutamente naturale ciascuno di noi dovrebbe adottare nei confronti del proprio prossimo, al di là di ogni etichetta socio-culturale, e verso sé stesso.

L’inclusione è come il silenzio: se la nomini non c’è più.

Guido Marangoni

SINTETIZZANDO, CONCRETAMENTE ALLORA:

  • inizia a costruire inclusione tu proprio a partire dal tuo gruppo famiglia: rifletti se il tuo agire è orientato a integrare / escludere / segregare;
  • proponi attività famigliari, di svago o di routine, a partire dalle esigenze e caratteristiche soprattutto dei più fragili e piccoli; ad esempio: vai a fare la spesa in condizioni che rendano possibile la partecipazione attiva e serena di ogni componente presente;
  • rispetta i tempi che sono necessari al tuo bambino per imparare a fare bene ogni singolo passo di un processo di apprendimento;
  • richiedi agli adulti (famigliari, docenti, terapisti) che ti aiutano a crescere il tuo bambino di individuare o creare situazioni in cui il tuo bambino può partecipare realmente in modo attivo e consapevole;
  • organizza occasioni di socializzazione tra il tuo bambino e altri bambini proponendo a tutto il gruppo giochi a partire dagli interessi e capacità del tuo piccolo: ad esempio, se il tuo bambino in questo periodo è interessato ai travasi, al parco porta secchielli e palette per tutti;
  • decidi di partecipare, di includere te stesso o te stessa da oggi in poi in attività o eventi rispetto ai quali restavi in disparte, informati, mettiti in dialogo, esprimi la tua opinione: partecipare è espressione di responsabilità;
  • aiutare il tuo bambino a imparare a chiedere aiuto, quando non riesce in un compito: avere strumenti verbali o non verbali per comunicare un bisogno di sostegno (anche solo emotivo o motivazionale), lo aiuterà a affrontare le piccole sfide quotidiane.

Fammi sapere se l’articolo ti è stato utile oppure, mantenendo un atteggiamento mentale di apertura e gentilezza, quale esperienza di inclusione stai vivendo: io ti leggo con piacere. Puoi inserire il tuo commento più sotto, in risposta a questo articolo.

Rachele Nicolucci
Autrice, fondatrice e coordinatrice di “Sindrome da Apprendimento”.

Expert Teacher in organizzazione scolastica,

formata anche con la pedagogia della mediazione Feuerstein,

studio continuamente e mi appassionano la metacognizione e i processi cognitivi dell’apprendere in ottica neuropedagogica.

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Sindrome da Apprendimento

Mi occupo di apprendimento e di metacognizione, promuovo la libertà intelletuale di chi vuole essere agevolatori di aiuto per migliorare realmente il modo in cui istruiamo e formiamo i nostri figli.

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