Superare la paura del dentista nei Bambini con disabilità: il valore del tempo e della relazione

Oggi, 23 dicembre, in onore dell’undicesimo compleanno di questo Bambino bellissimo, voglio rendergli onore e far festa anche con te, mio caro Lettore, condividendo una grandissima conquista recentissima: il superamento della paura dell’espansore e l’essere riuscito a collaborare in modo consapevole e libero, affinché la dottoressa dentista potesse fare il suo lavoro.

Ci sono paure che non nascono da sole.
Nascono un passettino dietro l’altro, spesso sotto i nostri occhi ancora incapaci di capire che sta capitando davvero.

Ho contattato questo studio fantastico, lontano da casa nostra 50 km, in marzo, quando avevo deciso di chiudere con lo studio privato di Padova a cui ci eravamo rivolti.

A posteriori mi è chiaro che abbiamo commesso degli errori. L’errore mio e del papà è stato dare per scontato che questo primo studio sarebbe stato capaci di prendersi cura di Samuele: se era andata bene con suo fratello più piccolo, già preso in carico da loro, perché non avrebbe dovuto andare bene con Samuele?

Non solo avevamo fatto, io e il papà, questo errore di valutazione (nemmeno io non sia del mestiere!!!) ma per giunta non ci eravamo preoccupati di creare le più favorevoli condizioni di successo: intendo dire che, per una volta tanto, non ci eravamo preoccupati di favorire una connessione/collaborazione tra Samu-dottori, sperando (chi vive di speranza…!!!) potesse andarci bene una leggerezza di questo genere.

Prima di raccontarti il resto, ci tengo però a dirti una cosa: per me quelli erano mesi tosti. Venivo fuori da un episodio di shock anafilattico che mi aveva messo veramente alla prova, nel corpo e nello spirito. In quelle settimane per me è stato veramente importante decidere dove investire le mie energie: non sono stata in prima linea in quel primo pezzo di storia.

E questo lo dico così apertamente non per puntare il dito verso qualcuno, ma per “normalizzare” il fatto che ci sono dei momenti in cui dobbiamo delegare altri a costo di non portare a casa quella “vittoria”. E’ sempre prioritario prenderci cura di noi stesse, mamme, e assicurarsi di fare il possibile per stare bene, in equilibrio, essere centrate e in salute; e questo va sempre bene anche se, nel frattempo, altre cose non si mettono al meglio. I nostri Figli, lo sai mio caro Lettore, non hanno bisogno di madri sempre presenti o solo di madri. Hanno bisogno di sperimentarsi anche con i padri o comunque anche con gli altri membri del “villaggio” al quale possiamo delegare quel pezzettino, tanto quanto di essere certi dell’amore delle loro madri: amore che non è solo presenza fisica.

Ora, sebbene quel primo pezzo di storia padovana non è andato come io avrei voluto, oggi riconosco che è andata esattamente come doveva andare per il nostro gruppo Famiglia tutto. Questi di Padova non erano i suoi dentisti, nel senso che Samu è sempre stato seguito, fin dai 2 anni circa, da un altro studio, che si occupa di Bambini con disabilità (in provincia di Padova), che però non può occuparsi della messa dell’espansore (lasciamo perdere le falle del nostro sistema sanitario!).

Siamo percioò approdati in questo studio privato di Padova, pur con una sensazione che non mi lasciava tranquilla: sentivo tutto troppo veloce e nell’aria il pensiero che sarebbe andato tutto bene se Bambino avrebbe collaborato/obbedito. Il giorno, proprio di un anno fa, in cui Samuele è doveva mettere l’espansore con loro è successo che lui è andato dentro da solo, mentre il papà attenda in sala d’attesa. A metà lavoro (avevano quasi finito!), Samu deve essersi spaventato per aver sentito con la lingua questo ingombro, ha detto qualcosa che loro non hanno capito e che non hanno cercato di capire, lui ha chiuso la bocca e stop.

Dopo 3 mesi di ulteriori tentativi, vissuti da parte delle dottoresse di Padova a suon di controllo, premi (ti regaliamo i lego, lo vuoi il puzzle?) e ricatti (se fai così non arriva Babbo Natale, se non metti l’espansore non ti diamo il regalo, non puoi andare fuori ecc ecc), e soprattutto a suon di pregiudizi rispetto la trisomia 21 di cui è vestito, abbiamo deciso di chiudere con loro.

La mia sensazione è stata da un lato che Samuele -come sempre, sempre, sempre- sentisse la loro diffidenza, quasi indifferenza, la loro paura verso una parte di lui, la loro incredulità nel vederlo vivere attivamente e felicemente;

e dall’altro che loro, a ogni appuntamento un po’ di più, prendessero contatto con il proprio disagio e con il non aver strumenti per relazionarsi senza l’uso di ricatti, minacce, e premi, dinamiche a cui mio Figlio non si piega. Perché è un Bambino che vive la relazione fino in fondo, che chiede un pensiero giusto, di rispetto, una relazione onesta, e che stiamo crescendo educato al rispetto di quel che sente e che pensa.

In marzo, ho chiuso con loro con la tristezza nel cuore perché, quando ci siamo salutati, la dottoressa ha avuto persino la faccia (tosta) di dirmi che il problema era stato che Samuele l’aveva colta di sorpresa: “non pensavo fosse così sveglio Samuele, di solito sono tutti tontoloni”. T O N T O L O N I. Ricordo di essermi sentita in quel momento come se qualcuno mi stesse tirando sotto il pavimento; ma nel giro di pochi istanti ho deciso di non voler sprecare più nessuna mia energia con loro.

Così, per trovare uno studio alla nostra alterzza, metto in atto la “teoria dei legami deboli”: mando un messaggio whatsapp a tutta la mia rubrica telefonica, chiedendo urgentemente il contatto di un bravo dentista a massimo un’ora di distanza da casa nostra. Mi arrivano una serie di nominativi. Mi faccio delle chiacchierate con alcune mamme e tra tutti scelgo di rivolgermi a questo nuovo (per noi!) studio. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare dei professionisti che hanno saputo relazionarsi con Samuele non vedendo in lui il bambino disabile, ma semplicemente un Bambino spaventatissimo, e fragile.

Fragile cognitivamente e questa volta anche emotivamente.

Tutte le sedute da marzo e giugno sono servite perché lui recuperasse fiducia e serenità rispetto la poltrona e tutti gli strumenti. Ha imparato i nomi degli strumenti, ne ha compreso il funzionamento, ha capito/vissuto la procedura della messa dell’espansore, ha acquisito una sua routine dentro la stanza, e costruito un legame con le due nuove dottoresse.

Un L E G A M E.

Fatto di sguardi, di scherzi, di giochi, di pazienza, di contenimento, di routine, di incoraggiamento, abbracci, sorrisi, con-tatto.

Tutta roba mai vista nello studio di Padova. Mi emoziona anche ora che ti scrivo: ma quanto facile sarebbe? Essere vissuto con un Bambino, con rispetto, empatia, gentilezza, piacevolezza. E non come un “caso”. Non come un problema da essere risolto.

Sono stati un tempo necessario

Ci sono voluti nove mesi. Non è stato facile. Ci sono stati mesi in cui con entrambi i Bambini siamo andati ogni settimana. E senza mica vedere miracoli o bacchette magiche!
Nove mesi di pazienza, di rispetto dei tempi, di fiducia custodita anche quando sembrava ferma.

Nove mesi in cui nessuno ha forzato,
nessuno ha minimizzato,
nessuno ha detto “dai, non è niente”.

Le dottoresse sono state pazzesche: mai crollata la loro fiducia e certezza che una soluzione l’avremmo trovata perché lui ce la facesse.

Abbiamo aspettato.
Abbiamo ascoltato.
Abbiamo ricostruito sicurezza.

C’è stato un giorno di settembre in cui tutto sembrava pronto per mettere definitivamente l’espansore. A un certo punto le dottoresse mi chiamano dentro (andava sempre da solo in stanza): trovo Samuele nascosto dietro la porta, in lacrime. Piccolo piccino, non lo avevo mai visto così. Mi si spezza il cuore. Loro mi spiegano che nel momento in cui stavano seriamente procedendo con la messa dell’espansore internamente alla bocca, lui ha detto basta, nascondendosi. E irrigidendosi. Quel giorno non avevo capito fino in fondo e sono tornata a casa appesantita, perché mi pareva di aver fatto 400 passi indietro. E, invece, mi sbagliavo. Avevano toccato la corda giusta.

A casa ne abbiamo riparlato, scrivendo nel quaderno: spesso raccontiamo, scrivendo, i passaggi faticosi. Così è riuscito a dirmi che, quando le dottoresse stavano mettendo l’espansore in bocca, gli erano tornate in mente le altre due di Padova. E da quel momento, per alcune settimane, ha incredibilmente continuato a confondere i nomi delle dottoresse, chiedendomi addirittura di aiutarlo a ricordarli (“aiutami mamma: come si chiama lei? Lei non è la dottoressa X, vero?”). Probabilmente, seduto in poltrona con l’ingombro dell’espansore dentro, sopraggiungeva prepotente la paura che annebbia la mente. Che tenerezza mi ha fatto da quel giorno. Il mio sguardo ha potuto riconnettersi con quella parte del mio Bimbo, invisibile a occhi superficiali.

Da quel momento sono entrata in scena anche io, ho capito che c’era bisogno anche di me, dentro la stanza. E le dottoresse, non ostacolando la mia presenza in stanza, mi hanno permesso di intervenire per guidare la mente di Samuele nei momenti cruciali.

Lo ha fatto senza forzature. Senza anestesia.
Lo ha fatto senza violenza emotiva. Senza contenimento fisico o costrizioni e minacce.
Lo ha fatto perché si è sentito visto, rispettato, accompagnato. E ha sentito di potersi fidare.

Non è una “vittoria” nel senso comune del termine.
È qualcosa di più profondo.

È la prova che:

  • la paura non è un limite definitivo;
  • la fragilità non è incapacità;
  • il tempo nel rispetto non è tempo perso; che il tempo del Bambino non è il nostro tempo;
  • la relazione è parte integrante della cura, sempre; che i professionisti umanamente competenti esistono e che può essere di successo la collaborazione professionista – genitore.

Parla di apprendimento, e di crescita.
Parla di ogni contesto in cui un Bambino fragile viene messo davanti a una richiesta.

La domanda non è mai solo:

“Ce la può fare?”

La domanda vera è:

“In che modo gli stiamo chiedendo di farcela?”

Quando cambiano gli adulti, cambia la possibilità e diventa possibile superare persino la paura del dentista!

Samuele non è cambiato perché per magia è sparita la paura. Non è cambiato perché, lasciato là, il tempo ha sistemato le cose.
È cambiato perché aveva adulti giusti intorno a lui.

E quando lo sguardo cambia,
il cervello può tornare ad aprirsi,
l’esperienza può essere riscritta,
la fiducia può rimettere radici.

Rachele Nicolucci: qualcosa su di me.

Mi occupo di apprendimento, dei processi cognitivi dell’apprendere e di metacognizione, a servizio soprattutto di Genitori e Docenti di un Bimbo che non si basta da solo cognitivamente.
Lo faccio in ottica neuropedagogica, metacognitiva e della pedagogia della mediazione del dott. Feuerstein.

Seguici tramite social

Se questo articolo ti ha aiutato a vedere qualcosa in più, se ti ha aperto un piccolo spiraglio, allora potresti essere pronta/o per un passo in più.

Docenti in Connessione è la rete professionale per Insegnanti che trasformano la teoria in buone prassi educative didattiche e che, insieme, vogliono costruire inclusione.

SOS Genitori è il percorso base che ti accompagna per 12 settimane per iniziare a orientarti, con consapevolezza e serenità.

Community è il cerchio che ti accompagna ogni mese per continuare a crescere, condividere, non sentirti più sola/o.

Perché i bambini sono ciò che li aiutiamo a diventare.
– Prof.ssa Daniela Lucangeli

Con cura,
Rachele Nicolucci
Formatrice, docente, mamma caregiver e sibling
Ideatrice di Sindrome d’Apprendimento

Insieme per un futuro migliore, un giorno alla volta.

Rispondi

Carrello
Torna in alto