Quando aiutare diventa ostacolare: la sottile linea tra sostegno e sostituzione

Ci sono momenti in cui l’aiuto, pur nato da un’intenzione di supporto didattico, o di amore genitoriale, o da mille altre buone intenzioni diventa, in realtà, un freno. Eh sì, sembra quasi un ossimoro: l’aiuto che frena.

Voglio dire: ci sono occasioni (non tutte, chiaro!) in cui il tuo intervenire in aiuto potrebbe essere più un freno, che una reale necessità! Un freno al suo potercela fare da solo, al suo scoprire di avere quelle risorse interne che il Bambino nemmeno immagina di avere! Un freno quindi alla sua efficacia, un freno alla sua autostima. Alla sua crescita.

Questo accade ogni volta che, per proteggere il Bambino dalla fatica, o per la paura, angoscia, tristezza che noi viviamo nello stare in quel momento, noi ci sostituiamo a lui: anticipiamo il gesto, completiamo la parola, parliamo al posto suo, risolviamo il compito, evitiamo la difficoltà, troviamo escamotage vari, lo distraiamo, ecc.

Lo facciamo con le migliori intenzioni, lo capisco.
Ma così, a volte, togliamo proprio l’occasione che serve al Bambino per scoprire di potercela fare.

E così, accidenti, blocchiamo proprio l’allenamento di quella funzione che è una delle cause di fatica, e che -proprio per questo- avrebbe, invece, più bisogno di essere esercitata… Mi spiego?

Facciamo un esempio molto basico: il tuo Bambino non sa mettersi i calzini? Ok! Seguimi: lo so, la mattina non avete tempo, a scuola ci sono orari scanditi e tutto sembra incredibilmente di cosa … MAnon è che, mettendoglieli noi, lui imparerà a metterli meglio, o magari più velocemente, più correttamente!!!

Ti chiedo a questo punto: sai quali sono i criteri che tu adotti per “valutare” se il tuo Bambino sta sviluppandosi nella “direzione” desiderabile?! Sicuramente molti adulti guardano a velocità e correttezza, come se queste due variabili possano essere indicatori in assoluto di uno sviluppo “normale”. D’altra parte qua sta il nucleo delle performance: fare in modo perfetto e veloce.

Velocità e correttezza però non sono però gli unici criteri da osservare e da sostenere.

Ci sono dimensioni dell’agire umano altrettanto importanti, soprattutto per i Bambini che sicuramente vivono delle fragilità cognitive: completezza (porto a termine tutta l’azione in oggetto, o il frammento concordato come attività di oggi), autonomia e approccio strategico (ti lascio a disposizione la registrazione di due serate bellissime, laboratoriali, sulla metacognizione a sostegno dei Bambini con disabilità: esplora qua).

Torniamo al nostro esempio: possiamo allora lasciare che il nostro Bambino faccia esperienza attiva di esercizio di coordinazione motoria, di modulazione della giusta pressione, di corretta organizzazione del movimento delle dita e di tutta la mano …per iniziare a vedere i suoi progressi!!! Un Bimbo con disabilità non cresce bene per miracolo né in modo automatico: cresce se sostenuto con intenzione e consapevolezza dai suoi Adulti.

Aiutare non è rendere le cose facili.
È rendere possibile ciò che, da solo, il Bambino ancora non riesce a fare — ma che potrebbe, invece, imparare a fare con noi accanto.

Questo è il cuore del potenziamento cognitivo e di un parenting consapevole e supportivo: creare esperienze in cui il Bambino possa esercitare le sue abilità, sperimentare strategie, sentire la sua curiosità e motivazione.
Esperienze che sfidano, ma che non schiacciano.
Che sollecitano, ma senza travolgere.

Esperienze che costruiscono “strumenti di pensiero”, competenza del sé e relazione.

Ogni apprendimento nasce in equilibrio tra fatica e fiducia.
È lì che il cervello si attiva, si connette, costruisce nuove reti e strategie. È lì che la mente impara a autoregolarsi. È lì che l’interazione interpersonale (lo stare nella relazione con l’altro) può aiutarmi a integrare cervello e mente.

Nel lavoro quotidiano con i Bambini — come nell’interazione con il mio Samuele, da cui è nata questa riflessione — l’obiettivo non è mai “fare al posto” per fare prima o in modo perfetto, ma creare la condizione perché LUI possa oggi un passo alla volta, e domani farcela possibilmente da solo.

Tenendo sempre bene in mente che in questa storia occupiamo ruoli differenti: io sono lo strumento tramite cui accendere la sua mente. Lui il protagonista. E che ad attivarsi deve essere la sua mente, soprattutto.

L’arte dell’aiutare prevede l’esercizio di piccoli passi: ti offro un piccolo aiuto (un gesto articolatorio, un accenno visivo) affinché tu possa vivere il peso e la gioia dello sforzo e vincere adesso questa nuova sfida. L’esperienza deve essere “orchestrata” come una sfida ottimale: è una sfida, certo, perché di fatto si tratta di un’esperienza un pelino superiore alla “zona di sviluppo attuale” (a quello che sei cioè in grado di fare da solo, senza di me); ma è una ottimale perché proprio la mia presenza, consapevole e intenzionale, armonizza facilitatori e barriere affinché per te possa essere un’esperienza di successo. Questo è il momento in cui il Bambino impara qualcosa che nessuna scheda può insegnargli: che può essere protagonista del suo pensiero, che un modo per farcela c’è, che può imparare!

Se vuoi approfondire e imparare a passare dalla teoria alla pratica, ti suggerisco il mio video corso per Caregiver L’intelligenza si allena” (all’interno trovi anche la triade di registrazioni sul potenziamento cognitivo).

Scienza e ricerche ci dicono una cosa bellissima e potente:
quando un Genitore è intenzionale, supportato e formato diventa ambiente arricchito. Un buon parenting ha un ruolo fondamentale nella storia dello sviluppo di ogni Figlio, ma soprattutto per i Bambini con disabilità: può compensare persino fattori di rischio ambientali – quelli legati allo svantaggio sociale o economico, per esempio- e favorisce lo sviluppo di funzioni esecutive non ancora differenziate.

Perché lo sviluppo dei Bambini non dipende solo dai geni o dalle condizioni esterne:
dipende moltissimo dalla qualità delle esperienze che vivono ogni giorno, della relazione, del modo in cui noi adulti li accompagniamo, soprattutto durante alcuni momenti della vita più “sensibili”.

FORMAZIONE VIDEO REGISTRATA PER APPROFONDIRE

Quando aiutare è davvero utile

1️⃣ Definisci l’obiettivo.
Rispetto a cosa ti stai ponendo come “agevolatore di aiuto”?

2️⃣ Crea una sfida possibile.
Il Bambino deve sperimentare la possibilità di farcela, non l’impossibilità di riuscire. Ogni giorno: la sua autoefficacia e autostima si costruiscono ogni giorno, e sono tasselli fondanti la motivazione verso il compito difficile.

3️⃣ Sostieni senza sostituire.
Aiuta dove c’è impaccio reale al momento completamente impossibile da superare per il tuo Bambino (sii onesto), ma non dove c’è possibilità crescita. Osserva, rifletti, sii onesto: fermati lì dove lui inizia a avere strumenti per sfidarsi e vincere.

4️⃣ Rispetta il tempo dell’interazione.
Non serve duri a lungo. Serve che il Bambino resti presente, attivo e partecipe. 10 minuti al giorno, se di qualità, se intenzionali e consapevoli, vanno bene!

PERCORSO BASE

PERCORSO AVANZATO

DIDATTICA INCLUSIVA E METACOGNITIVA

FORMAZIONE DOCENTI

Un ambiente buono accende ciò che in ogni Bambino è possibile.

Rachele Nicolucci

Rachele Nicolucci: qualcosa su di me.

Mi occupo di apprendimento, dei processi cognitivi dell’apprendere e di metacognizione, a servizio soprattutto di Genitori e Docenti di un Bimbo che non si basta da solo cognitivamente.
Lo faccio in ottica neuropedagogica, metacognitiva e della pedagogia della mediazione del dott. Feuerstein.

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Perché i bambini sono ciò che li aiutiamo a diventare.
– Prof.ssa Daniela Lucangeli

Con cura,
Rachele Nicolucci
Formatrice, docente, mamma caregiver e sibling
Ideatrice di Sindrome d’Apprendimento

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