Inclusione scolastica e PEI

5 errori comuni nell’applicazione della normativa (e come evitarli)

Sempre più frequentemente si parla di inclusione; raramente però la si crea realmente.

Ora: fare inclusione scolastica non significa citare leggi o protocolli -che spesso non conosciamo nemmeno bene-. Se ci fermiamo a questo livello, stiamo ancora in superficie. Parlare di inclusione può significare, piuttosto, tradurre in buone prassi educativo-didattiche quotidiane quel principio educativo e culturale “di partecipazione secondo il diritto alla diversità”. E tutto questo vale nei vari ambiti, non è argomento solo scolastico: l’inclusione si fa – o si dovrebbe fare- a scuola, così come a casa, in palestra, al centro estivo, in piscina, in patronato, al parco, alle feste di compleanno e in ogni contesto quotidiano.
Dobbiamo anche dirci che, sebbene in questo ambito la normativa italiana sia una delle più avanzate d’Europa, non sempre riusciamo a incarnarla: resta lì tra la carta e le buone intenzioni. Una buona ragione per la quale questo capita è anche quella che ci vede poco informati sia come genitori sia come docenti.

Ricordati bene: che tu non conosca la normativa sull’inclusione e che tu non la comprenda aumenta il rischio, per il tuo Bambino, di non godere di opportunità di successo formativo.

Lo sappiamo da molti, molti, anni:

Francis Bacon

L’esperienza mi insegna che, spesso, gli errori più comuni in tema di inclusione non nascono dalla mancanza di sensibilità o di volontà, ma da tutt’altro:
dalla fretta che non lascia tempo di pensare,
dall’abitudine che ci fa agire in automatico,
da quel beato “si è sempre fatto così” che anestetizza ogni tentativo di cambiamento.

E poi, dalla solitudine professionale — quella sensazione di dover farcela da soli, di sentirsi pezzettini isolati, anche quando si parla di corresponsabilità.

Ma l’inclusione, così come il PEI, non si costruiscono nell’isolamento e in un far scuola individuale: nascono dal confronto, dallo scambio, dalla possibilità di condividere dubbi e scelte con chi vive le fatiche che la disabilità dello Studente comporta.

Rachele Nicolucci

Per esserti di aiuto questo mese, ho selezionato 5 errori molto comuni: vediamoli insieme, con qualche spunto per iniziare a superarli.

Succede più spesso di quanto immaginiamo: il Piano Educativo Individualizzato diventa un file da compilare, che rimbalza da una mail all’altra rincorrendo correzioni e firme; e, anziché una bussola per orientare il lavoro di tutto il team docente, viene vissuto come burocrazia da smaltire.
La legge, invece, ci ricorda che il PEI è uno strumento progettuale, dinamico e condiviso.
Il PEI non è una scadenza da rispettare, ma un processo da costruire insieme, è il cuore della progettualità condivisa. Il PEI, quando fatto bene e con la partecipazione di tutti gli Adulti coinvolti, è lo strumento tramite cui possiamo tutelare il diritto allo studio del nostro Bambino fragile cognitivamente e garantirgli le condizioni per un adeguato sviluppo, crescita e percorso di apprendimento.

💡 Come evitare l’errore:

  • Rileggi il PEI durante l’anno, non solo quando lo redigi. Stampalo e, se sei un docente, portalo con te in classe, ogni giorno; se sei un genitore, settimanalmente rileggilo per comprendere se c’è aderenza tra la proposta educativo-didattica e gli accordi concordati ufficialmente durante il GLO e confluiti nel PEI.
  • Coinvolgi all’incontro del GLO non solo le figure l’insegnante di sostegno, ma tutte le figure che partecipano alla vita di classe: l’assenza di un qualunque docente assegnato alla classe va infatti giustificata -se il docente è in servizio- perché il GLO rientra nel piano delle attività docenti. Il Bambino con disabilità, infatti, non è lo studente privato di nessuno: è uno dei componenti della classe e quindi ciascun docente, in quanto docente, dovendo garantire il diritto allo studio di ogni Studente, deve partecipare attivamente anche al GLO di tutti i suoi studenti.
  • Parti dai punti di forza del Bambino: l’inclusione di per sé nasce dal potenziale, non dal limite. L’esserci attivamente, la partecipazione attiva, del Bimbo con fragilità è possibile quando lo mettiamo nelle condizioni di esprimersi, non di stare a guardare gli altri che agiscono…

👉 Il PEI non è un foglio: è una direzione.

Corso di formazione sul PEI: IL PEI OLTRE LA BUROCRAZIA

È forse l’errore più radicato: pensare che l’inclusione sia “compito di chi ha il sostegno”.
In realtà, la normativa parla di corresponsabilità educativa.
Ogni insegnante è chiamato a essere parte del progetto inclusivo, perché ogni Bambino appartiene all’intera comunità scolastica.

💡 Come evitare l’errore:

  • Costruiamo relazioni e collaborazioni costruttive, reali, tra curricolari e sostegno: il dialogo è sempre il primo passo, ma non un privilegio che devono concedere, ma lo strumento atteso anche deontologicamente.
  • Prevedi momenti di co-progettazione, anche brevi, per allineare linguaggi e obiettivi, ricordandoti che il docente di sostegno è docente della classe.
  • Ricorda: l’inclusione non è un “aiuto in più”, è un modo di fare scuola per tutti.
  • Includere non significa adeguare il programma al Bambino fragile: non è pensare prima al “programma” della classe e poi adattarlo al più fragile. Includere è quel complesso di azioni che permettono l’armonizzazione delle personalizzazioni interne a quel gruppo classe. Per includere dobbiamo imparare a chiederci come l’ambiente possa diventare favorevole per tutti e ciascuno, e pianificare le attività di classe a partire dalle potenzialità e dai “bisogni di funzione” del più fragile… Roba che scotta, difficile, e ancora compresa da una manciata di Docenti illuminati.

👉 Quando l’inclusione diventa cultura condivisa, cambia il clima della classe.

Corso di formazione sul PEI: IL PEI OLTRE LA BUROCRAZIA

La diagnosi è importante, certo, ma non racconta tutto: la fotografia di un attimo, o di più attimi.
Ci descrive funzionamenti e difficoltà, ci dice, e spesso in modo non chiaro e non diretto, quali elementi dell’ambiente sono sfavorevoli al percorso di crescita e apprendimento, ma non spiega chi è quel Bambino, quali strategie lo aiutano, che cosa lo motiva, cosa gli piace, per cosa farebbe fatica (non sto pensando ai premi), quale la sua “zona di sviluppo prossimale”.

Cosa sostanzia la sua persona, chi è, non ce lo dice. Quindi non cercare il Bambino nella diagnosi: non lo troverai lì!

Quando ci fermiamo alla carta, rischiamo di smettere di osservare, e così di creare relazione e connessione: due presupposti indispensabili nei percorsi di apprendimento. Se ti fermi a quello che leggi nella diagnosi, se ti fermi a quello che leggi nei vari documeti, se ti fermi a quello che ti raccontano, ti perdi il pezzo fondamentale: la vostra autentica relazione!
L’inclusione nasce dallo sguardo vivo di chi continua a chiedersi: “Come apprendi? Come posso aiutarti a farcela? Cosa mi sta raccontandi, oggi, attraverso questo comportamento? Quale la priorità su cui hai bisogno di so-stare?”

💡 Come evitare l’errore:

  • Osserva i processi di apprendimento, non solo i risultati attesi (sacrosanti, ma non prioritari). E formati sui processi di apprendimento: non serve solo sapere cosa devono imparare a scuola (per quello basterebbe leggere le Indicazioni Nazionali o il quaderno della Collega che ha 100 anni di esperienza), non serve solo aggiornarsi rispetto le metodologie praticabili all’interno di un gruppo classe. Quando scegli insegnare devi sapere come funziona il cervello che impara. Formati sui meccanismi che regolano l’apprendimento: sono il cuore del tuo accompagnare un Bambino al successo formativo, sono il cuore del diritto allo studio di un Bimbo fragile cognitivamente. Se un Bimbo con fragilità non impara, non è, infatti, perché quella condizione di disabilità sancisce una condizione di analfabetismo: se lui non impara è perché (almeno) qualcosa nell’ambiente lo sta ostacolando, perché (almeno) qualcuno dovrebbe acquisire uno sguardo processuale e essermi competente in questo.
  • Affina il tuo occhio per riconoscere i piccoli progressi: sono la prova concreta dell’apprendimento possibile. Anche i Bambini con disabilità imparano. Anche i Bambini che vivono una gravissima condizione di disabilità possono imparare, e lo stiamo sperimentando lì dove ci sia tenacia da parte della famiglia e disponibilità da parte dei docenti: credere che non si possa fare di più in nome di una etichetta di diagnosi è ignoranza.
  • Forma in te uno sguardo neuropedagogico e neurodidattico: serve a capire come la mente costruisce conoscenza, anche quando parte da punti diversi.

👉 La diagnosi è un punto di partenza, non un confine.

Corso di formazione sul PEI: IL PEI OLTRE LA BUROCRAZIA

In classe, di fronte a un alunno con disabilità, capita spesso di “semplificare” i contenuti o ridurre le richieste, pensando che sia questo a rendere tutto più accessibile.
Ma la Legge 104/1992 e il D.Lgs. 66/2017 non chiedono di semplificare, bensì di personalizzare.

La normativa non parla impoverire l’offerta formativa, ma di costruire percorsi calibrati sui funzionamenti dell’alunno, sulle potenzialità e i bisogni dello studente, attraverso obiettivi e metodologie adeguate.
Ridurre la complessità, sposare la “pedagogia della lumaca”, procedere in modo flessibile e per step non significa rinunciare all’apprendimento: tutt’altro, signori miei! Saper fare tutta quella roba lì significa trovare la strada giusta per raggiungere l’apprendimento. E questo è possibile quando tu, Adulto, sai bene (e non andando per tentativi e errori) come fare, e perciò elabori una proposta chiara, lineare, coerente, efficace. E non basata sulle proposte del libro di testo o sugli appunti dei quaderni della maestra Maria…

💡 Come evitare l’errore:

  • Parti dagli obiettivi del PEI e tra docenti, di classe e sostegno, chiedetevi: “Come possiamo realizzarli, senza svuotarli di significato?”
  • Usa strategie di Universal Design for Learning: modalità diverse di rappresentazione, espressione e coinvolgimento.
  • Sperimenta con tutta la classe materiali, strumenti e linguaggi differenti: spesso lo studente più fragile ha bisogno di attivarsi attraverso l’esperienza, attraverso materiali concreti, attraverso il corretto funzionamento dei “meccanismi” cognitivi di base (puoi approfondire in questo corso dedicato al potenziamento cognitivo). Stai qua: questo potenzia sicuramente il resto della classe!

👉 La normativa non chiede di impoverire la didattica, ma di costruire accessi alla conoscenza possibili a tutti e a ciascuno.


Accade ancora troppo spesso: l’alunno con disabilità partecipa solo ad alcune attività, “quando è possibile” o “quando non disturba la classe”. Oppure ci si limita a rendere inclusivo un evento particolare o quella festa, proprio quella in cui siamo tutti più buoni o quella in cui dobbiamo raccontarci che è stato l’anno migliore di sempre.
Ma la normativa parla chiaramente di partecipazione piena e attiva alla vita scolastica e di appartenenza alla comunità educante.
L’alunno con disabilità non deve essere “integrato” in certi momenti, non ci deve più bastare la sua sola presenza a scuola, o il fatto che sonnecchi nel banco o che sia a fare le sue cose in qualche aula speciale e magica. Possiamo, dobbiamo, pretendere che sia incluso in ogni dimensione della quotidianità scolastica: reso attivo e partecipe, reso bello e luminoso proprio a partire dalle sue capacità e considerando ciò che l’ambiente deve essere per non diventargli ostacolo.

💡 Come evitare l’errore:

  • Prevedi attività che permettano ruoli reali e non marginali.
  • Costruisci esperienze cooperative, dove il contributo di ciascuno è necessario, anche quello del Bimbo più fragile.
  • Chiediti: “Come posso far sì che partecipi con gli altri, non accanto agli altri? Come possiamo metterlo nelle condizioni di condividere con i compagni abilità e contenuti che sta acquisendo?”
  • Studia i processi dell’apprendere e esercitati a riconoscerli e a supportarli: capirai quanta ricchezza è celata dietro ogni occasione di vita scolastica (se solo fossimo in grado di osservare e riconoscere)….

👉 La legge ci ricorda che l’inclusione non è la presenza, ma la partecipazione consapevole e significativa.

Rachele Nicolucci

Corso di formazione sul PEI: IL PEI OLTRE LA BUROCRAZIA

  • Legge 104/1992
  • D.Lgs. 66/2017 → norme per la promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità; definisce l’inclusione come processo che coinvolge l’intera comunità scolastica (art. 1.) ; art. 7 → sottolinea la personalizzazione della didattica come condizione per la partecipazione attiva (articolo 7, “individua strumenti, strategie e modalità per realizzare un ambiente di apprendimento nelle dimensioni della relazione, della socializzazione, della comunicazione, dell’interazione, dell’orientamento e delle autonomie”).
  • D.Lgs. 96/2019 → Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 66, recante: «Norme per la promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità, a norma dell’articolo 1, commi 180 e 181, lettera c), della legge 13 luglio 2015, n. 107»
  • Decreto interministeriale 182/2020 → definisce il modello nazionale del Piano Educativo Individualizzato (PEI) e le relative linee guida, stabilendo anche le modalità di assegnazione delle misure di sostegno agli alunni con disabilità
  • Decreto interministeriale 153/2023 → Disposizioni correttive al decreto interministeriale 29 dicembre 2020, n. 182
  • Nota ministeriale 2202 del 1 giugno 2023Indicazioni per la compilazione dei Pei
  • Nota ministeriale 1690 del 24 maggio 2024→Indicazioni per la compilazione dei Pei
  • Nota ministeriale 28/05/2024 n. 1718 → Chiarimenti relativi alla nota 1690 del 24 maggio 2024: indicazioni per la compilazione dei Pei – integrazione

Tutti noi possiamo cadere in questi errori — perché l’inclusione non è mai un traguardo raggiunto, ma un cammino che si costruisce ogni giorno.
Il punto è non restare fermi, e soprattutto non restare soli e i soli a comprendere come accompagnare al successo formativo uno Studente con disabilità intellettiva.

Formarsi e confrontarsi non sono parole vuote: sono atti di responsabilità professionale e umana.
Sono il modo più concreto per continuare a migliorare la qualità della Scuola, e con essa, la vita dei Bambini e delle famiglie che scelgono di abitarla.

È per questo che ho scelto di creare spazi dove la formazione è dialogo, dove le competenze si intrecciano con le storie quotidiane, dove la solitudine lascia posto praticato e alla crescita.

Rachele Nicolucci

Rachele Nicolucci: qualcosa su di me.

Mi occupo di apprendimento, dei processi cognitivi dell’apprendere e di metacognizione, a servizio soprattutto di Genitori e Docenti di un Bimbo che non si basta da solo cognitivamente.
Lo faccio in ottica neuropedagogica, metacognitiva e della pedagogia della mediazione del dott. Feuerstein.

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– Prof.ssa Daniela Lucangeli

Con cura,
Rachele Nicolucci
Formatrice, docente, mamma caregiver e sibling
Ideatrice di Sindrome d’Apprendimento

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