Usiamo un po’ di immaginazione…

… e per un momento immaginiamo di essere celiaci: d’ora in poi dobbiamo rigorosamente eliminare il glutine dalla nostra esistenza.
(Io ho scoperto di essere predisposta geneticamente alla celiachia, sebbene questa condizione non si stia evolvendo come patologia. Per ora.)
Immaginando, per un momento, di essere realmente celiaci e di essere stati invitati a cena da persone care. Noi vorremmo anche partecipare, per esempio, alla festa di compleanno del nostro migliore amico piuttosto che al prossimo pranzo di famiglia: ma come ci sentiremmo se non trovassimo preparato nulla da mangiare senza glutine? Cioè se non ci fosse nulla che noi potremmo mangiare? … eppure siamo stati invitati… da una persona cara…

Certo è difficile preparare senza glutine, lo so bene: richiede tempo e molta accuratezza. Ogni giorno. In ogni contesto.
Samuele, il mio primo bambino, ha avuto la “fortuna” di vincere anche la celiaca e ci siamo ritrovati diverse volte, soprattutto durante i primi tempi successivi alla diagnosi, in certe situazioni, anche perché non è facile, per chi non è abituato, preparare realmente senza glutine, evitando ogni forma di contaminazione.
Per chi è celiaco, infatti, l’unico modo per convivere con la celiachia è mangiare senza glutine.
Per chi non è celiaco, invece, mangiare (ogni tanto) senza glutine non è un problema.

Usiamo perciò tutta l’empatia di cui siamo capaci per proseguire nel ragionamento…

Scenari possibili:

  1. Io celiaco, invitato alla festa di compleanno del mio migliore amico: seduti a tavola, non trovo nulla da mangiare senza glutine. Al massimo mangio ciò che mi sono portato da casa.
    Mi sento un po’ escluso? O giustifico il suo agire perché, in fondo, il “problema” è mio?
  2. Io celiaco, invitato alla festa di compleanno del mio migliore amico: seduti a tavola, hanno preparato per me alcune pietanze diverse, senza glutine.
    Mi sento pensato, hanno lavorato anche per me: ci sono anche io, faccio parte della cena. Non mangio ciò che mangiamo gli altri, perché loro il glutine lo digeriscono bene e continuano a mangiare “normale”, però qualcosa per me c’è…
    Mi sento integrato.
  3. Io celiaco, invitato alla festa di compleanno del mio migliore amico: seduti a tavola, la cena è interamente senza glutine! Anche il dolce della festa è senza glutine!
    Non mi sono riservati piatti “speciali”, che mangio solo io e diversi da quelli per tutti gli altri invitati – non celiaci: tutti evitiamo (non mangiamo) una cosa che fa male a qualcuno (il glutine), a me. La base comune è ciò che fa bene a tutti: le portate sono tutte senza glutine. Sono, inoltre, presenti al buffet anche altri piatti con glutine e altri senza glutine: ciascuno prende ancora ciò che desidera / può far bene.
    Non mi sento solo parte della festa, non è stata richiesta solo la mia presenza: mi sento importante per il mio amico e agli occhi di tutti, perché il mio amico è partito proprio da una mia esigenza (dall’invitato più “vulnerabile”) per organizzare il menù della sua festa. Inoltre soddisfacendo il palato di tutti! Figata!
    Mi sento incluso.

Alcune personali considerazioni

Lo scenario descritto fa riferimento ad alcune esperienze di vita realmente vissute da noi o da altri amici celiaci. Ma il punto è un altro: purtroppo non è ancora sempre chiara la differenza tra integrazione e inclusione.
E questo a discapito del benessere dei più vulnerabili e della formazione globale di ogni membro di quello stesso gruppo di apprendimento.

PARallelamente dunque, ovvero parlando di inclusione nei vari contesti formali, informali e non formali, Cosa possiamo recuperare dall’esercizio di immaginazione e di empatia relativo allA celiachia?

  1. Sono consapevole che tra i miei invitati c’è una persona con diagnosi di celiachia.

Ovvero: Siamo consapevoli che nel mio gruppo di apprendimento qualcuno ha una modalità di sviluppo cognitivo, di apprendimento, diverso dal comune. La faccenda ora riguarda anche me insegnante di classe, allenatore, educatore, pedagogista, psicomotricista, perché sono io che mi prendo cura di un pezzettino di ciascuna di quelle persone: mi hanno comunicato una diagnosi e ne devo tenere conto per progettare il percorso di apprendimento che intendo offrire a tutti e a ciascuno. Il che non significa comunque fermarsi alla diagnosi….



2. Il glutine… quello sconosciuto: finché la celiachia non ha riguardato anche me e la mia famiglia non la conoscevo.
Quando arriva la celiachia in casa, essa diventa affare di tutta la famiglia, non solo della persona celiaca e tutti i conviventi devono saper come comportarsi nei confronti del glutine.

Ovvero: c’è bisogno di informarsi e formarsi riguardo le caratteristiche dell’apprendere dei nostri alunni e riguardo la loro persona tutta.
Se il loro apprendere è nostro compito, allora dobbiamo anche interessarci e formarci riguardo il loro stile cognitivo, le loro caratteristiche cognitive, riguardo ciò che può far male loro e ciò che, invece, è più funzionale al loro sereno e piacevole sviluppo cognitivo, emotivo e alla loro formazione. Se nel mio gruppo classe c’è un bimbo che ha diritto il sostegno, la responsabilità dell’apprendere di quella creatura è comunque anche mia, insegnante di classe: il suo apprendere non è solo affare suo e dell’insegnante di sostegno, collega che arriva nel mio gruppo classe a sostegno dell’apprendimento dell’intera classe.


3. Chi invita una persona celiaca a mangiare insieme ha tre possibilità: ignorare le sue esigenze, rispondere in modo parziale, farle proprie.

Ovvero: davanti a me tre possibilità: escludere/ignorare, integrare, includere. La responsabilità della scelta e dunque dello stile che quel gruppo di ragazzi/bambini avrà è mia, adulto di riferimento.

A. Posso pensare le mie lezioni, escludendo o ignorando la presenza di alunni che non “stanno al passo”: il loro apprendere sarà affare di qualcun altro. Io ho il programma da seguire. I loro tempi non sono i miei né quelli della maggioranza.

B. Posso integrare: ok, tengo conto che nel mio gruppo c’è qualcuno che ha acquisito meno abilità e competenze e mi preoccupo che lui abbia qualcosa da fare durante la mia lezioni; di simile magari, al resto della classe. Se non ci penso io, insegnante di classe, lo farà il collega di sostegno: non è arrivato in virtù di quella certificazione? Magari in fondo all’aula così io posso procedere con le mie lezioni…

C. Decido di voler uno stile inclusivo: conosco i miei alunni. Conosco le loro preferenze, punti di forza e fragilità, conosco lo stile cognitivo di tutti e di ciascuno, la maturità cognitiva ed emotiva, comprendo il livello di acquisizione di abilità e competenze di tutti e di ciascuno. Strutturo allora sia un percorso di apprendimento che ogni singola lezione partendo da un “piano di lavoro” comune (tutti mangiano senza glutine le stesse pietanze). Magari con l’aiuto del collega di sostegno, che è lì per sostenere il lavoro della classe, riesco a ideare delle pietanze specifiche per ogni ragazzo in classe: per chi ha bisogno di potenziamento e per chi ha bisogno di rafforzare abilità e competenze non ancora acquisite. Perché in fondo la scuola del programma non esiste più e io mi dovrei preoccupare del benessere cognitivo ed emotivo dei miei bambini e ragazzi, “di tutti e 21”.

E tu?
Quale dei tre scenari stai vivendo nei contesti di apprendimento che frequenti o con i tuoi figli?

Non è sempre facile agire inclusivamente, perché spesso questo costa la fatica del cambiamento della nostra forma mentis oppure comporta l’investimento di energie e tempi che non avevamo considerato.
Altre volte non è semplice perché è faticoso costruire una sintonia di intenti tra colleghi o operare delle trasformazioni negli ambienti di appartenenza.
Sono molte le ragioni per cui, ancora oggi e in molteplici contesti, più facilmente integriamo.

Se sei un lettore di Sindrome da Apprendimento credo che anche a te siano cari questi argomenti e che anche tu, a modo tuo, stia desiderando, o provando a costruire, un mondo più inclusivo, in cui il “menù” della “festa” sia stato ideato a partire dalle esigenze dei più vulnerabili, prevedendo principalmente ciò che fa bene a tutti.

[…] il prendersi cura dei più deboli, all’inizio e avanti nella via della vita, è il segno della civiltà, è il segno di una società veramente umana, vivibile, non a parole ma nei fatti. […] Questo dà il senso di una società a misura di famiglia e non a misura di finanza, di economia, di spesa pubblica, di costi sociali” 

Card. Bagnasco


Puoi raccontarlo nei commenti qua sotto: la condivisione arricchisce e il ragionare insieme permette di costruire nuove opportunità.

Non ho mai insegnato ai miei allievi; ho solo cercato di fornire loro le condizioni in cui possono imparare.

(Albert Einstein)

Rachele Nicolucci
Autrice, fondatrice e coordinatrice di “Sindrome da Apprendimento”.

Expert Teacher in organizzazione scolastica,

formata anche con la pedagogia della mediazione Feuerstein,

studio continuamente e mi appassionano la metacognizione e i processi cognitivi dell’apprendere in ottica neuropedagogica.

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Sindrome da Apprendimento

Mi occupo di apprendimento e di metacognizione, promuovo la libertà intelletuale di chi vuole essere agevolatori di aiuto per migliorare realmente il modo in cui istruiamo e formiamo i nostri figli.

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