Personalizzazione dell’apprendimento per i Bambini con disabilità: cosa significa davvero e da dove nasce

Negli ultimi anni la parola personalizzazione è diventata molto diffusa nel linguaggio educativo. La troviamo nei documenti scolastici, nei progetti didattici, nei discorsi sull’inclusione.

Eppure, non sempre è chiaro che cosa significhi davvero personalizzare l’apprendimento di un Bambino. Spesso si pensa alla personalizzazione come a un insieme di strumenti e di risorse materiali, oppure a una serie di adattamenti semplificativi o a strategie da applicare.

È uno sguardo che, nel mio lavoro con i genitori, diventa un vero e proprio sottofondo pedagogico continuo: qualcosa che accompagna ogni riflessione, ogni domanda, ogni situazione concreta che affrontiamo insieme nei percorsi SOS Genitori (che iniziano tutti con un affondo sulla personalizzazione) e nella Community Genitori.

La personalizzazione non è nemmeno una tecnica da applicare una volta e via!

È, invece, quella postura che, poco alla volta, diventa parte del modo di stare dell’adulto davanti al proprio Bambino. Figlio o Studente che sia.

Personalizzare non significa abbassare le aspettative

Uno degli equivoci più diffusi che affrontiamo insieme riguarda proprio questo punto. Quando parliamo di personalizzazione, alcuni docenti e genitori mi raccontano che credono significhi per lo più solo:

  • semplificare
  • ridurre le richieste
  • abbassare gli obiettivi.

Sì, anche: può anche corrispondere a una semplificazione, certo. Ma non è vero il contrario: cioè non è detto che semplificare sia personalizzare.

E, in ogni caso, personalizzare non significa fare meno.

Le modalità che sono proprie alla sua persona sono solo proprie: cioè né meglio né peggio di altre. Conoscere le modalità di funzionamento individuali e specifiche della persona del tuo Bambino non è uno strumento di paragone o di giudizio, né un criterio di valore. Semplicemente è uno strumento di aiuto per di accompagnarlo nella crescita.

Qual è il rischio in un mondo pieno di geni, sapientoni e arroganti?

Maria Montessori lo esprime con grande chiarezza quando scrive:

Sarebbe un errore voler giudicare, prima di farne l’esperienza, la capacità dei bambini secondo l’età; e di escluderne alcuni perché si suppone che non potrebbero dare nessun aiuto.

Quando questo accade, ovviamente non stiamo personalizzando. Stiamo limitando le possibilità di esperienza. Nei percorsi che svolgo con i genitori, questa riflessione ritorna spesso perché molte famiglie arrivano con il timore di chiedere troppo o troppo poco al proprio Bambino. Ed è proprio lì che iniziamo a costruire insieme questo sottofondo di interazione: uno sguardo che non giudica in anticipo, ma che osserva, riconosce specificità e unicità, ne comprende il valore in termini di comunicazione, educazione e sviluppo di compentenze, e apre possibilità.

La personalizzazione nasce dall’osservazione

Non è possibile personalizzare l’apprendimento se prima non si impara a osservare il Bambino. Osservare non significa però semplicemente guardare ciò che il Bambino fa, oppure saper elencare i suoi giochi preferiti, o descriverlo in azione in un certo contesto. E neppur elencare le sue fragilità o gli errori che commette.

Significa cercare di comprendere per esempio:

  • con quali emozioni affronta un compito nuovo
  • dove incontra fatica
  • quali strategie prova a utilizzare
  • in quali situazioni si attiva maggiormente e perché
  • come interagisce con l’ambiente esterno
  • ecc ecc

Nessun comportamento è mai soltanto un comportamento (puoi approfondire con questo articolo: Oltre il comportamento: sensazione, percezione e integrazione sensoriale nei Bambini con sindrome di Down). Per questo motivo, la personalizzazione non può essere costruita tutta a tavolino e a suon di pregiudizi.

Nasce dall’incontro reale tra Bambino, ambiente, adulto che media. Questo lavoro di osservazione è uno degli apprendimenti più importanti che i genitori sviluppano nel tempo nei miei percorsi SOS Genitori e nella Community Genitori. Non si tratta di imparare una tecnica o di applicare un protocollo. Si tratta di allenare davvero una capacità di interazione dell’adulto, fondata su conoscenze neuropedagogiche, su abilità di mediazione e su competenze metacognitive: postura dell’adulto che costruiamo insieme nei miei percorsi formativi.

E, quando questo accade, molte situazioni che prima sembravano incomprensibili iniziano poi lentamente a prendere forma anche a vantaggio di Bambini che sono bloccati nel corpo o che vivono molte dimensioni di fragilità: non è magia. E’ appunto la potenza della form-azione e dell’interazione adulto di riferimento – Bambino!

Il ruolo della mediazione dell’adulto

La ricerca pedagogica e neuroscientifica ci mostra con sempre maggiore chiarezza che l’apprendimento non dipende soltanto dall’esperienza. Dipende da come l’esperienza viene mediata dall’adulto e di questo parleremo con maggiore precisione ancora nel prossimo articolo.

Intanto ti lascio qua alcuni miei contributi precedenti che possono introdurti l’argomento o aiutarti a approfondirlo:

TRA GLI ARTICOLI DEL MIO BLOG

TRA I CORSI DI FORMAZIONE CHE HO EROGATO

Il ruolo della mediazione dell’ambiente

Un altro aspetto fondamentale riguarda l’ambiente. Spesso infatti mi dite di pensare alla personalizzazione come a un intervento rivolto esclusivamente al Bambino. In realtà personalizzare riguarda anche la qualità dell’ambiente educativo e didattico.

Un ambiente realmente supportivo e capace di personalizzare l’apprendimento dei Bambini con disabilità è infatti un ambiente che:

  • offre possibilità di esercizio appropriate, a partire dal più fragile;
  • permette tempi differenti ma giusti;
  • consente al Bambino di partecipare secondo le proprie modalità ma pur sempre in ottica di sfida ottimale.

Quando un Bambino viene escluso da un’attività perché si presume che non possa farcela, non è che lo stiamo proteggendo: stiamo semplicemente riducendo le occasioni di apprendimento.

Anche questo è un tema che ritorna spesso nel lavoro con i genitori: imparare a costruire contesti quotidiani in cui il Bambino possa provare, esercitarsi, sperimentare all’interno di un equilibrio e di una sostenibilità di tutto il gruppo famiglia è fondamentale.

Personalizzazione e disabilità

Nel caso dei Bambini con disabilità cognitive questo tema diventa ancora più importante perché un Bimbo con fragilità intellettiva è un Bimbo contesto dipendente. Ma, ancora oggi, il rischio di abbassare le aspettative è molto diffuso.

A volte accade per protezione certo. A volte per paura o per ignoranza: è comunque l’adulto che non riesce a immaginarsi possibilità diverse.

Eppure, proprio tanto più un Bambino è fragile cognitivamente, quanto più ha bisogno di adulti capaci di aprire strade, e non di chiudergliele in anticipo.

Consiste nel costruire le condizioni perché possa provare, sperimentarsi, continuare a esercitarsi con motivazione e competenza del sé; percepirsi di valore nonostante i tempi di raggiungimento dei risultati di prestazione non siano quelli del gruppo; continuare a nutrire curiosità per le cose di questo mondo e per la propria persona; perché possa non temere l’errore.

Ed è proprio questo il lavoro che molti genitori iniziano a fare quando entrano nei percorsi SOS Genitori o nella Community Genitori: spostare lo sguardo da ciò che sembra impossibile a ciò che può diventare possibile, e che nutre il nostro essere parte attiva di questo mondo.

Una postura giusta nei confronti del Bambino

Alla base di tutto questo c’è una precisa postura di interazione educativa e didattica. Uno sguardo neuropedagogico, che tiene insieme:

  • la comprensione dei processi cognitivi e la consapevolezza dell’apprendimento attraverso l’esperienza e il movimento;
  • la mediazione educativa di Feuerstein
  • la riflessione metacognitiva
  • e la comprensione dei Grandi Maestri (penso Piaget, Montessori, Vygotskij)

E questo sguardo ci invita a spostare la domanda. Non più: “Il Bambino ce la fa?” Ma piuttosto:

Questo cambio di prospettiva non avviene in un giorno. È qualcosa che si costruisce nel tempo. Un po’ come un sottofondo musicale che costruiamo insieme durante i nostri percorsi supportivi e formativi.

La responsabilità dell’adulto

La personalizzazione dell’apprendimento dei Bambini con disabilità, come detto fin qua, non è una tecnica. È più ampiamente una responsabilità adulta.

Perché personalizzare davvero richiede all’adulto almeno di:

  • osservare con attenzione gli elementi che davvero contano in un processo di apprendimento;
  • sospendere ogni giudizio, ogni stereotipo e ogni pre-giudizio;
  • accompagnare l’esperienza del Bambino.

In altre parole, richiede di aprire le vie, come suggerisce Montessori, invece di respingere per mancanza di fiducia. Un Bambino infatti non avrebbe margine di crescita, sviluppo e apprendimento se i suoi adulti stabilissero in anticipo fino a dove potrà arrivare: non ti pare, mio caro Lettore?

Un Bimbo con disabilità ha tuttavia bisogno di adulti capaci di: osservare, esperienze di apprendimento mediato e costruire ambienti che rendano possibile l’esperienza.

La personalizzazione dell’apprendimento non nasce da un adattamento, ma da uno sguardo che riconosce la possibilità di apprendere in ogni Bambino. Ed è proprio questo il primo passo della postura che, passo dopo passo, impariamo a coltivare insieme nei percorsi con i genitori.

Come un sottofondo pedagogico continuo, che accompagna l’adulto nel modo di stare accanto al proprio Bambino.

“Il grande errore dell’educazione è pensare che tutti debbano apprendere nello stesso modo.”

Howard Gardner

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E, se senti il desiderio di iniziare insieme un percorso che ti accompagni per imparare come sostenere il tuo Bambino a imparare, nonostante le fatiche che la disabilità comporta, puoi contattarmi oppure esplorare le mie proposte. Sono qua per diffondere la possibilità di acompagnare al successo formativo ogni Bambino più fragile cognitivamente.

Con cura e passione,

Rachele Nicolucci

Rachele Nicolucci: qualcosa su di me.

Mi occupo di apprendimento, dei processi cognitivi dell’apprendere e di metacognizione, a servizio soprattutto di Genitori e Docenti di un Bimbo che non si basta da solo cognitivamente.
Lo faccio in ottica neuropedagogica, metacognitiva e della pedagogia della mediazione del dott. Feuerstein.

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Perché i bambini sono ciò che li aiutiamo a diventare.
– Prof.ssa Daniela Lucangeli

Con cura,
Rachele Nicolucci
Formatrice, docente, mamma caregiver e sibling
Ideatrice di Sindrome d’Apprendimento

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