Articolo n. 2, agosto 2020

L’esercizio della visione che diventa espressione, comunicazione, comprensione.

Cosa si intende per contatto oculare e quando compare?

Le mamme sappiamo, perché ce lo spiega il pediatra o la consulente del corso preparto, che uno dei comportamenti iniziali che si registrano fin dalle prime settimane di vita di un neonato è quello del contatto oculare: di quando cioè i suoi occhi incontrano volontariamente quelli della propria mamma. È una conquista estremamente importante che si sviluppa e che cresce insieme alla maturazione del bimbo, e che si può ritenere uno degli “ingredienti” dell’apprendere di successo, diventandone in un certo senso comportamento strategico. Diciamolo in modo diverso: crescendo impariamo che vedere è davvero importante per raggiungere degli obiettivi e che, ancora di più, guardare qualcuno negli occhi è funzionale come azione di aiuto al nostro stesso agire mentale.
Tra mamma e cucciolo questo sguardo di reciprocità è generalmente qualcosa di infinitamente magico, soprattutto la prima volta che avviene.

Al di là della valenza emotiva, relazionale e affettiva che questo movimento di occhi può avere tra due persone, la cosa più importante ai fini dell’apprendere è che questo comportamento del corpo denota, può denotare, una intenzione dell’organismo a diventare coscientemente e attivamente attento rispetto un certo stimolo o ambiente.

Perciò tramite questo gioco (intenzionale, come direbbe il dott. Feuerstein) di sguardi non solo si rafforza il legame madre figlio, ma questa azione della mente, il contatto oculare, fin dai primi istanti di vita acquisisce una val cognitiva, che l’adulto mediatore può sostenere come strategie metacognitiva. La psicologia cognitiva ci dice che questo comportamento è, infatti, uno dei canali privilegiati che utilizzano i neonati per scoprire l’ambiente circostante, per orientarsi in esso e strutturare le prime relazioni.

Gabriele e Rachele

Perché è importante una visione intenzionale? Cosa è importante sapere del contatto oculare?

L’uomo è dotato di alcuni canali percettivi (tatto, vista, udito, ecc) tramite cui può entrare in contatto con gli stimoli esterni al suo organismo e propri dell’ambiente in cui vive. Tutti i sensi sono importanti, altrimenti personalmente ritengo che non ne saremmo dotati. Tra tutti è più studiato quello della vista, anche perché per certo versi sembra essere dominante rispetto gli altri.

Alcuni studi documento lo sviluppo di questo comportamento fin dai primi istanti di vita in poi e ne mettono in evidenza la valenza comunicativa, emotiva e cognitiva: crescendo, il bambino generalmente comprende l’importanza strategica del guardare negli occhi il proprio interlocutore e utilizza questo tipo di contatto non solo per esprimersi e comunicare se stesso agli altri ma anche per riuscire nei propri obiettivi.

Durante la crescita del bimbo possono intervenire diversi fattori che incoraggiano o meno la messa in atto di questo comportamento, che è anche espressione di alcune abilità cognitive e del grado di capacità intersoggettiva.

Oggi specialisti, insegnanti ed educatori sanno che la mancanza del contatto oculare, così come l’incapacità di mantenere lo stesso per il tempo necessario, può essere indice di importanti fatiche, disagi, o di condizioni cognitive degne di particolare attenzione.
Infatti si tratta di un comportamento volontario e strategico che si rivela molto utile e funzionale, direi necessario, nella risoluzione di alcune situazioni, soprattutto in alcune fasi di compiti di apprendimento, che possono risultare poco allenate o carenti. Per questo ai miei alunni (SS1G) e ai miei figli, ancora piccoli, spiego due cose:

  1. La nostra attenzione è principalmente lì dove operano gli occhi e anche le mani: o meglio, i nostri occhi e mani raccontano dove è la nostra testa. Così ad esempio io insegnante posso immaginare stia risultando difficile per Tizio collaborare in gruppo, se, durante il momento di lavoro insieme, i suoi occhi viaggiano al di là del gruppo. Oppure potrebbe non essere precisa e puntuale la raccolta di dati durante una consegna che l’insegnante (o la mamma, o chiunque altro) dà a voce se gli occhi di Tizio non guardano quelli dell’interlocutore. Allo stesso modo, i miei interventi didattici saranno meno efficaci se, invece di mantenere il contatto oculare con il gruppo classe e con ogni ragazzo, i miei occhi guarderanno, ad esempio, fuori dalla finestra…
    Perciò, quando devo comunicare un messaggio importante ai miei figli e voglio essere sicura che loro mi stiano ascoltando e comprendendo, mi assicuro di parlare in una modalità di attivo e reciproco contatto oculare.
  2. Se guardo il mio interlocutore, comprendo meglio lui, quello che intende dirmi o insegnarmi, per esempio le consegne per un certo compito.
    La raccolta e comprensione delle informazioni sarà più accurata di quanto non lo sarebbe senza il contatto oculare, e ciò si traduce perciò in una possibilità maggiore di successo e in un investimento di tempo e energia minori per raggiungere un determinato obiettivo, sia esso di tipo logopedico, scolastico, relazionale, affettivo, ecc..

Come allenare e mantenere questo comportamento cognitivo fin da piccoli?

La prima cosa di cui mi sono preoccupata con i miei bambini ancora molto piccoli è stata quella di guardarli, tanto, spesso, ogni volta che era possibile: stabilire un contatto oculare tra me e il bambino e incoraggiarlo a fare lo stesso con me. Quindi via libera alle facce buffe che potessero catturare la loro attenzione sul mio viso, via libera a tutti i possibili movimenti dei miei occhi e al manifestare, in risposta verbale e non, che guardarsi in modo consapevole è davvero una cosa bella e divertente!

Via libera alle varie modalità del gioco del cucù e all’utilizzo della fascia che, nelle prime posizioni che si propongono ai neonati, favorisce il contatto oculare mamma-bambini, via libera a tutte le coccole e canzoni, esistenti o inventate, tramite cui poter mettere l’accento sui nostri occhi. Molte volte, di una canzone ho selezionato e cantato ripetutamente (per qualche secondo!!!) solo le frasi che mi interessavano, proprio per poter dare al bambino la possibilità di concentrarsi sugli occhi, tipo:

🎼 Questo è l’occhio bello e questo è suo fratello….

Questo è l’occhio bello e questo è suo fratello... 🎻

🎷…. drindrindrindrindriiinnn …. drindrindrindrindriiinnn 🎼

Crescendo, ho inserito un secondo passaggio, una breve e semplice attività di esplorazione per conoscere il corpo umano, attività propedeutica a molti successivi sviluppi e competenze. Ovvero abbiamo esplorato il corpo del piccolo, e quello mio, di mamma, e di altri adulti così come di pupazzi e giochi alla ricerca delle varie parti del corpo, e perciò anche degli occhi sui volti. Poi la richiesta di mostrarmi autonomamente dove sono i suoi occhi, i miei occhi, quelli del bambolotto, del peluche, del cane, ecc… descrivendoli. Dapprima, come Maria Montessori insegna, gli mostro io come fare, e cioè attraverso il mio esempio, mi pongo quindi come modello: guardiamo allo specchio i miei occhi e io descrivo verbalmente ciò che facciamo (stiamo ricercando gli occhi della mamma, di Samuele, di Gabriele, ecc…) e ciò che stiamo guardando (gli occhi della mamma sono.. gli occhi di Gabriele sono…).

Nel mio viso ci sono due occhietti. Di che colore sono? Sono di colore marrone. Adesso sono aperti e io posso guardare, se li chiudo… ops, non ci vedo più!
Allora, dimmi un po’: a cosa servono gli occhi?? Gli occhi mi aiutano a guardare, a vedere bene Gabriele!

Samu, anche Lilli ha gli occhi? E quanti occhi ha? … ne ha uno funzionante e l’altro… chiuso! … e allora con quanti occhi vede???

Conosciamo il corpo umano: ecco gli occhi della mamma

Suggerimenti per sviluppare autonomia intellettuale nell’adulto di riferimento

Non occorre avere un elenco di situazioni specifiche durante le quali prestare attenzione a dove il bambino/studente guarda.

Dal mio punto di vista non è utile dire a un genitore o a un insegnante COSA fare, ma, eventualmente, può essere utile riflettere insieme non solo sul COME quanto anche sulle finalità neuropedagogiche di una certa azione educativa e dell’agire mentale dell’uomo: per questo non è mai mia abitudine fornire elenco di giochi, ricette uguali per tutti; al massimo condivido ciò che è stato di successo nella mia esperienza di madre e di insegnante.

Siamo adulti dotati di pensiero, capacità di studio, fantasia e flessibilità: compreso il meccanismo e l’utilità di un certo funzionamento cognitivo, motorio, linguistico, ecc… a noi la libertà di personalizzare ed elaborare delle proposte di gioco o di attività a sostegno dei nostri studenti e figli, a partire dalla loro reale persona.

  • Più in generale direi che: ogni volta che puoi e quando lo ritieni fondamentale, e cioè prima di un momento di gioco (quando per esempio state ripassando le regole), cantando, ballando, contando, ascoltando una fiaba, correndo, facendo attività in palestra, catechesi, insegnando qualsiasi tipo di contenuto, o prima dell’inizio di una attività strutturata, finché siete seduti a leggere una storia in sala d’attesa, o in bagno, finché fate il bagnetto, nuotando, quando state giocando, correndo, imparando una cosa nuova o difficile, quando gli insegni l’uncinetto, una nuova parola, quando state bevendo, mangiando, IN QUALSIA CONTESTO E SITUAZIONE o quando senti di avere un messaggio importante da dare al tuo bambino, fallo in una condizione di sguardo intenzionale e reciproco, di contatto oculare. L’intenzionalità di quello specifico movimento del corpo sarò una spia per te della volontà del bimbo di. esserci, di essere coscientemente attivo e partecipe. Per quanto tempo? Per tutto il tempo necessario. Fallo per il tempo in cui il bambino riesce serenamente.
  • La reciprocità dello sguardo, e cioè il fatto che anche tu sei intenzionalmente alla ricerca del suo corpo, viso, occhi, stabilendo tu stesso per primo un contatto oculare con il bambino, renderà più forte anche la vostra relazione e il percorso di apprendimento che vivete insieme.k,
  • Il primo giorno che ho messo piede come insegnante in una classe (e ricordo perfettamente molti particolari di quell’esperienza) ho messo in atto alcune strategie suggeritemi dalla preside: entrare nel gruppo classe solo quando avrei avuto l’attenzione dei ragazzi; poi catturarne subito il loro interesse. Così ho imparato a mettere piede fisicamente in aula solo nel momento in cui gli studenti mi aspettavano con intenzionalità e reciprocità: pronti a sentire cosa avrei avuto da dire quel giorno! Ecco, la stessa modalità l’ho poi trasferita, in modo del tutto naturale, nei miei atteggiamenti genitoriali: ancora oggi,quando ho delle cose importanti da dire, le dico sottovoce, abbassandomi alla altezza degli occhi dei miei figli e solo se loro mi dimostrano interesse e attenzione. E cioè se mi guardano negli occhi e se hanno le orecchie disponibili a ascoltarmi.
  • Con assoluta gentilezza e solo per il tempo che il bambino gradisce, abbiamo giocato a “occhi da gufo”, come dice il maestro a musica: manine chiuse (tipo pugno) e appoggiate al viso, abbiamo costruito gli occhi da gufo che ci ricordano dell’importanza di prestare attenzione in modo cosciente.
  • Sulla stessa scia, naturalmente, basta liberare un po’ di fantasia e creatività, e si realizzano mille varianti del gioco del “cucù”, che ha anche una valenza cognitiva più ampia.

In un percorso di apprendimento perché è più importante il processo rispetto al prodotto atteso?

Personalmente quello che mi aspetto dal percorso di apprendimento dei miei figli è che li renda persone in grado di pensare e quindi libere. Perciò l’obiettivo principale è aiutare i bambini a far da soli (cito Montessori).
Per questo motivo dunque la cosa più importante non è costringere il bambino a un certo risultato, per esempio il guardarci negli occhi o far in modo che il contatto sia un qualcosa di meccanico, imparato a memoria o rispetto al quale il bambino mette in atto comportamenti non coscienti e non attentivi, come quando si impara una poesia a memoria…

Le attenzioni da avere riguardano questi aspetti:

  • È importante rendere il bambino consapevole di quello che stiamo facendo noi e di quel che fa lui stesso. Dicendo la verità, raccontando la realtà che può così imparare a percepire lui stesso e, naturalmente, utilizzando atteggiamenti comunicativi (vedi approfondimento sul programma di comunicazione Baby Sign) che lui è in grado di comprendere e usare per dare significato alla esperienza vissuta. Diciamo ai bambini quando li stiamo aiutando!
  • È importante spiegare e, soprattutto, far sperimentare al bambino i “vantaggi” della proposta che abbiamo per lui: perché dovrei fare questo sforzo??? Quale significato ha questa richiesta dell’adulto? L’atteggiamento dell’adulto che, mediando, è in grado realmente di modulare gli sforzi necessari al bambino per evolvere e superare una possibilità di errore, di fallimento, di rischio, sono atteggiamenti intenzionali, consapevoli e preziosi: preziosi per rinforzare l’autostima del bambino, il suo senso di autoefficacia e quindi la sua motivazione interna al compito e allo stare nella fatica di quel compito. Puoi approfondire qualche aspetto di questo complesso sistema motivazione – apprendimento – emozioni tramite questi articoli che fanno riferimento, naturalmente, alla nostra esperienza: contenere; educazione gentile e responsabilità di cura; i bambini possono dire di no; l’importanza di osservare il potenziale.


  • Una risposta potrebbe essere: se guardi negli occhi la logopedista finché ti parla, diventa più facile capire quello che vuole spiegarti e diventa più facile imparare a parlare meglio! Se guardi la mamma/la maestra/il compagno negli occhi, è più facile ricordarsi dopo quello che hanno detto!
  • Meta importante: che il bambino sviluppi un atteggiamento metacognitivo, che impari a a dirsi da solo come poter fare per raggiungere in modo efficace un certo compito, che impari a pensare per risolvere le situazioni e a comprendere i perché dei propri successi e insuccessi.
    Quindi la tappa fondamentale all’interno di un processo metacognitivo che sostenga la conquista del comportamento strategico del contatto ocualre non è quella in cui è l’adulto a dire delle cose importanti (“è importante guardare negli occhi perché…), ma quella in cui è il bambino stesso ad affermare, anche verbalmente, per se stesso, o per gli altri, delle strategie di successo. Ad esempio: imparare a dirsi da solo che se la mamma lo guarda con attenzione negli occhi, c’è più possibilità di ottenere quel permesso sperato 😉 o che, guardando la logopedista, alcuni esercizi riusciranno meglio; che per non dimenticare una cosa che mi sta dicendo papà, mi conviene concentrarmi guardandolo bene negli occhi per tutto il tempo del suo discorso. In rete si trova disponibile questa risorsa gratuita di Nicoletta Rosati sulla questione metacognizione e infanzia: puoi approfondire l’argomento qua.

Sintesi

Fase 1.

Io adulto dico al bambino quale atteggiamento strategico del corpo e della mente (mente e corpo non sono due entità separate!!!) può mettere in atto in quel compito che risulta faticoso e perché, per quale motivo cioè suggerisco questo comportamento del corpo e della mente, quale significato di importanza può avere, in genere, nella sua vita, e quando potrà ancora usare questa strategia, anche andando oltre questo momento specifico (criteri di significato e di trascendenza del metodo Feuerstein).

Fase 2.

Stimolo il mio bambino verso una crescente e graduale autonomia: non mi limito a ripetere in ogni occasione adatta l’importanza del contatto oculare, come nella fase 1, ma pongo al bambino delle domande che ne sollecitino le risposte.
Offro insomma al mio bambino delle occasioni per accendere la sua mente in modo attivo, e non limitandosi ad ascoltare me.

Fase 3.

Creo delle occasioni, o colgo quelle che la quotidianità domestica e scolastica offrono, per fare in modo che sia il mio bambino a dirsi da solo, o a dirmi, qual è il comportamento strategico della mente e del corpo da adottare per riuscire con successo in quello specifico compito (che in questo caso sarà un compito che richiederà un impegno di contatto oculare).

Se il bambino è ancora piccolo o alle prime armi, io chiedo semplicemente di ripassare a voce alta insieme quale sia, ad esempio: “Prima di iniziare a leggere, dimmi un po’: come si legge? Come fai cercare un gioco che hai perso?”. E, se non dovesse arrivare la risposta, darei degli indizi (e non la risposta!) consapevole di dover ancora lavorare su questa competenza.

Rachele Nicolucci
Autrice, fondatrice e coordinatrice di “Sindrome da Apprendimento”.

Expert Teacher in organizzazione scolastica,

formata anche con la pedagogia della mediazione Feuerstein,

studio continuamente e mi appassionano la metacognizione e i processi cognitivi dell’apprendere in ottica neuropedagogica.

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Sindrome da Apprendimento

Mi occupo di apprendimento e di metacognizione, promuovo la libertà intelletuale di chi vuole essere agevolatori di aiuto per migliorare realmente il modo in cui istruiamo e formiamo i nostri figli.

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