Cura e riserva cognitiva

Come sostenere e proteggere la salute mentale dei nostri Bambini più fragili cognitivamente (e pure la nostra).

Durante la mia formazione in “Neuropedagogia dei processi cognitivi dell’apprendimento” uno dei concetti che mi ha maggiormente incuriosito è quello di cui voglio parlarti in questo articolo: il concetto di riserva cognitiva.

Premetto e chiarisco che l’intenzione che mi spinge a trattare questo tipo di argomento tramite il mio blog è il desiderio di condividere piccoli “semini” di conoscenze che possano orientare e accendere la curiosità, l’interesse e il voler esserci anche di altri Genitori e Docenti Caregiver. Se è vero, infatti, che per crescere un Bambino ci vuole un villaggio, è altrettanto vero che il “villaggio” deve essere preparato e all’altezza di tutti i suoi Bambini.

Quando nel 2020, ai tempi della Pandemia, ho deciso di lanciarmi nell’avventura di questo Blog, mi muoveva già il desiderio di condividere quelle che sono le mie esperienze, riflessioni e pezzettini di conoscenza rispetto il complesso mondo dell’apprendimento e delle fragilità dei processi cognitivi. Nonostante i tentativi di qualcuno per farmi desistere – ricordo ancora quella telefonata in cui, raccontando di questo mio desiderio di condivisione con altri Genitori, mi venne risposto di non “dare perle ai porci”-, eccomi ancora qua a ritagliarmi del tempo per scrivere gratuitamente di alcuni pezzettini della nostra esperienza e del mio essere in formazione continua: questo articolo (come molti altri miei) non vuole essere una “ricetta magica” o il tentativo di dire che affrontare l’apprendimento in condizione di trisomia 21 sia semplice e facile; piuttosto questo articolo sulla “riserva cognitiva” vuole gettare luce su traiettorie possibili che i Genitori potranno poi prendere in considerazione, approfondire, elaborare o rispetto alle quali potranno attivare un pensiero o una richiesta di aiuto ai propri professionisti di fiducia.

1. Cos’è la riserva cognitiva:

La riserva cognitiva puoi immaginarla come una “scatola” che al suo interno custodisce uno “scrigno prezioso” e dalle particolari proprietà, come la capacità di compensare per esempio le perdite cerebrali fisiologiche, come quelle per esempio dovute proprio all’invecchiamento naturale del cervello.

Pensala come uno “scrigno del tesoro”: se fin da piccini (condizione) veniamo esposti a esperienze significative e costanti che ci attivano mentalmente, si ingrandisce il nostro “bottino” cerebrale, si struttura e consolida meglio, acquisendo una certa elasticità che permetterà poi al soggetto di reagire in modo migliore ai processi di moria neuronale dovuti all’invecchiamento, per esempio.

La riserva cognitiva è una delle manifestazioni di plasticità del cervello, è la capacità di compensare danni o comunque di tollerare cambiamenti funzionali dovuti all’invecchiamento e a malattie neurodegenerative. Rappresenta quindi un certo meccanismo di resilienza del cervello umano per contrastare l’invecchiamento fisiologico. Viene scelto e usato il termine “riserva” proprio per voler indicare che il “bottino” di questa “scatola” ha lo scopo di mantenere una certo equilibrio di funzione che, altrimenti, a causa ad esempio del processo di invecchiamento, verrebbe compromesso. Pensala un po’ come quando le automobili ci indicano, accendendo la spia della riserva, che stanno funzionando per mezzo appunto di carburante di riserva, senza la quale quantità di riserva l’auto smetterebbe di funzionare…

Ora, ad essere precisi, gli studiosi dividono in due ambiti il concetto di riserva, due ambiti distinti ma integrati:

  • si parla infatti di riserva cerebrale, per intendere la dimensione anatomica, morfologica, per intendere gli elementi e le modificazioni fisiche e biologiche del cervello; questa tenderebbe a rimanere stabile lungo tutta la vita;
  • e si parla anche di riserva cognitiva, con cui si indica il tentativo di fronteggiare una certa patologia o invecchiamento, utilizzando approcci di elaborazione cognitiva preesistenti (!!!) o meccanismi compensatori. Questa, a differenza della riserva cerebrale, sembra più dinamica e strettamente connessa alla stimolazione cognitiva continua.

Quindi, entrando nello specifico: la riserva cognitiva è una testimonianza della plasticità cerebrale ed è una proprietà del cervello che finisce per acquisire abilità cognitive e funzionali migliori per fronteggiare l’invecchiamento cerebrale fisiologico, ma essa è anche la proprietà per fronteggiare lesioni o malattie cerebrali. Alcuni risultati e studi clinici evidenziano infatti che la riserva cognitiva è un fattore protettivo rispetto l’invecchiamento e occasione per promuovere il cosiddetto “invecchiamento attivo”, ma evidenziano anche che la riserva cognitiva può mascherare una patologia neurodegenerativa in atto e influenzarne il tasso di declino. E questa è un’informazione che mi sembra importante che un Caregiver metta a fuoco.

La riserva cognitiva, dicono gli studiosi, è influenzata positivamente da uno stile di vita sano: fattori come istruzione, stimolazione mentale, attività fisica e sane relazioni sociali contribuiscono a “fortificare” il cervello. Se quindi durante la vita, e fin dall’infanzia, il soggetto è stato sottoposto in modo costante e significativo a esperienze e stimolazioni che hanno arricchito il suo “scrigno” prezioso, questo resisterà meglio alla moria neuronale a cui siamo umanamente destinati tutti durante la terza età, o anche prima nel caso di malattie neurodegenerative, tumori, e altro.

2. Riserva cognitiva e Alzheimer:

Per un Caregiver, nel ruolo di Docente o di Genitore, conoscere e comprendere il concetto di riserva cognitiva è cruciale al fine di scegliere e proporre al Bambino (ma anche per sé stesso) attività che aiutano a preservare la funzionalità mentale. Nel 1988 il gruppo di studio di Katzman e collaboratori, prendendo in esame un gruppo di 137 persone post-mortem, compresero che c’era tra di loro una significativa discrepanza tra il grado di avanzamento della loro comune malattia Alzheimer e le manifestazioni cliniche. Il lavoro di questo gruppo di studiosi è stato fondamentale perché compresero che alcuni pazienti, che pure mostravano a livello strutturale i danni del deterioramento cerebrale causato dall’Alzheimer, non avevano presentato in vita gli stessi sintomi, quelli attesi proprio in considerazione del livello di avanzamento della stessa malattia. Inoltre gli studiosi si accorsero che questi soggetti, pur in condizione di Alzheimer, presentavano un peso e numero di neuroni maggiore rispetto a quello del gruppo di controllo. Quindi attento, lettore: il gruppo di studio di Katzman intuì che questa differenza di forma-strutturale, morfologica, tra i due gruppi dovesse essere la responsabile della differenza di manifestazione dei sintomi clinici. E’ questo il contesto in cui viene usato per la prima volta l’espressione di riserva cognitiva.

3. Riserva cognitiva, arricchimento ambientale e prevenzione del declino cognitivo:

So che nella esperienza del caregiving sono veramente molte le cose di cui occuparsi, e questo lo so per esperienza diretta, in quanto mamma di un Bimbo con trisomia 21 e sorella di una Stella con la stessa sindrome. Ritengo -da sempre, e oggi in misura ancora maggiore- che tra le principali dimensioni di cui è bene pre-occuparsi in quanto Caregiver ci sia proprio l‘ incoraggiare il nostro Bambino a mantenersi mentalmente attivo: la cosa più importante, quando sono risolte le emerge sanitarie, è imparare a pensare. Per questo mi occupo di metacognizione e ne sposo pienamente lo stile che la applica alla pedagogia e alla didattica: insegnare a un Bimbo a pensare, a riflettere sul proprio comportamento cognitivo, e quindi, a mantenersi mentalmente attivo può essere un elemento preventivo importante, nonostante la fragilità stessa.

Le neuroscienze e la neuropedagogia ci dicono che la plasticità neuronale aumenta nella sua efficienza e connettività in base all’esperienza vissuta dal soggetto: in modo particolare sono l’impegno cognitivo mentale e l’esercizio fisico in un certo ambiente complesso che favoriscono il rafforzamento delle reti neuronali. La riserva cerebrale si sviluppa certamente anche seguendo una certa predisposizione genetica ma essa risente dello sviluppo della riserva cognitiva, che è tale anche per effetto delle esperienze che il soggetto vive nel corso della sua vita (Richards e Wadsworth, 2004). Tutto questo ci aiuta a comprendere ancora meglio l’importanza, per un Bambino cognitivamente fragile, di essere parte di un ambiente arricchito.

Il concetto di arricchimento ambientale fa riferimento al fatto che le stimolazioni provenienti dall’ambiente di riferimento – ambiente inteso sia in termini fisici (ad esempio i luoghi che abitiamo) ma anche in termini sociali (le persone con cui instauriamo delle relazioni) – stimolano in maniera significativa il cervello del Bambino, impattando positivamente (o negativamente) sulla sinaptogenesi e quindi sul benessere della sua attività mentale.

A questo proposito, sappi, caro Caregiver, che alcune ricerche hanno messo in luce proprio il fatto che un ambiente arricchito possa giocare un ruolo determinante nel trattamento ma anche nel recupero dei deficit per patologie neurodegenerative, ovvero l’adattamento all’ambiente arricchito permette di migliorare le capacità cognitiva, creare riserva cognitiva e questa di sviluppare una certa resilienza rispetto il deficit (Foster e collaboratori, 1996). Considerando alcuni studi di Petrosini e altri (2009) emerge che l’arricchimento ambientale provoca alcune importanti modifiche a livello neocorticale, come ad esempio: l’aumento dello spessore della corteccia e della ramificazione dendritica, rafforza la neurotrasmissione sinaptica e la plasticità, determinando un aumento della sopravvivenza neuronale.

A questo punto tu ti starai chiedendo: e quindi quali sono le attività che posso proporre al mio Bambino? Quali sono le esperienze di vita che possono determinare un certo grado di protezione rispetto ai danni cerebrali?

Ci dicono gli esperti che sono da privilegiare tutte quelle attività che contribuiscono a mantenerci in uno buono, o più che buono, stato di salute: quindi istruzione (che sembrerebbe essere un fattore di importanza cruciale), attività fisica, interazioni sociali (Stern, 2006).

In modo particolare ti segnalo queste attività come fattori protettivi della nostra salute mentale:

4. Sintesi e considerazioni

  1. Quando una certa esperienza o un certo percorso non sono più a reale sostegno della crescita del tuo Bambino, quanto tempo è bene aspettare prima di intervenire per chiedere allo specialista/alla Scuola, in modo chiaro e significativo, di provvedere? Quanto tempo di Vita e occasioni di successo del tuo Bambino sei disposto a rischiare di perdere?
  2. Quanto possiamo ancora accettare che la Scuola non sia in grado di istruire ogni Bambino con disabilità intellettiva? Sto generalizzando e so benissimo che soprattutto nella nostra Community ci sono tantissimi Docenti preparati e competenti (vi sto conoscendo, e il vostro esserci mi rincuora), tuttavia sono ancora troppo numerose quelle realtà scolastiche in cui il personale non è all’altezza del Bambino che ha preso in carico. Quanto ancora dobbiamo aspettare prima che la Scuola si faccia ambiente stimolante per ogni suo Studente? Quando si deciderà di formare tutti i Docenti insegnando loro non tanto i particolari di un programma (che ormai non esiste più) quanto il modo in cui impara il cervello che apprende?
  3. Considerando il costrutto di arricchimento ambientale, rispetto al quale è stato dimostrato che effettivamente esso migliora le capacità cognitive del soggetto, determinando addirittura modifiche strutturali nel cervello, e che favorisce la costituzione di riserva (a sua volta in grado di ritardare l’insorgenza di deficit attesi rispetto alcune patologie cerebrali) quanto ancora dobbiamo attendere prima che lo Stato si prenda carico dei Genitori Caregiver insegnando loro a essere “potenziale di sviluppo” per il proprio Bambino più fragile? E quanto ancora prima di ottenere l’aiuto di Specialisti, tutti, capaci di collaborare realmente e attivamente con la Famiglia che è il primo ambiente di apprendimento per ogni Bambino?
  • attraverso il percorso formativo di gruppo interattivo “Community in formazione continua” -focus del mese di novembre e dicembre è: Come potenziare la comunicazione (metacognitiva) con il proprio Bambino-;
  • percorso individuale e personale “A tu per tu”;
  • videocorso formativo registrato “L’intelligenza si allena”.

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Rachele Nicolucci: qualcosa su di me.

Mi occupo di apprendimento, dei processi cognitivi dell’apprendere e di metacognizione, a servizio soprattutto di Genitori e Docenti di un Bimbo che non si basta da solo cognitivamente.
Lo faccio in ottica neuropedagogica, metacognitiva e della pedagogia della mediazione del dott. Feuerstein.

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Con cura,
Rachele Nicolucci
Formatrice, docente, mamma caregiver e sibling
Ideatrice di Sindrome d’Apprendimento

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