Giochiamo insieme? – Parte teorica

Il gioco: il linguaggio d’elezione per l’apprendimento infantile.

Non si smette di giocare perché si diventa vecchi,

ma si diventa vecchi perché si smette di giocare.

Fabio Volo

Che il gioco sia una necessaria e importante condizione di sviluppo per ogni bambino è ormai un dato assodato. Sono numerosi, infatti, gli studiosi che concordano nell’affermarne la funzione necessaria, primaria e insostituibile nella crescita di un Bambino.

Il gioco è, per il Bambino, il canale preferenziale attraverso cui sviluppare ogni dimensione del proprio sé: la dimensione corporea, cognitiva, creativa, ma anche quella emotiva, affettiva, relazionale.

Data la complessità e l’ampiezza dell’argomento, risulta difficile darne una personale definizione precisa e circoscritta o sceglierne una esaustiva.

Delineiamo e focalizziamo allora un preciso aspetto: la funzione benefica del gioco riguardo l’apprendimento.

È talmente grande l’importanza che il gioco riveste nella crescita dei bambini che sarebbe possibile guardare alla qualità e alla quantità d’attenzione che ad esso è riservata come criteri importanti tramite cui scegliere, per esempio, nuove opportunità per i nostri figli: si potrebbe cioè guardare al modo in cui viene inteso il gioco per valutare la bontà di una struttura istruttiva/educativa o di una nuova proposta riabilitativa.

Dobbiamo infatti considerare che alcuni recenti studi evidenziano che i bambini formati in ambienti di apprendimento incentrati sul gioco ottengono più successo e migliori risultati, in termini di sviluppo fisico, emotivo, sociale, cognitivo. Sembra cioè che più facilmente conservino, nel tempo, il piacere e la propensione ad apprendere, la capacità di autoregolarsi emotivamente e un sano senso di autoefficacia (il senso di autoefficacia e di competenza del sé, a mio avviso, sono quanto di più sacro ci sia nello sviluppo di ogni individuo, preserviamoli soprattutto nei bambini che fanno più fatica ad apprendere!).

Fun Froge balance

A proposito dei benefici del gioco sul cervello, si legge così in Gioco e potenziamento cognitivo nell’infanzia (il grassetto è mio):

Il gioco ha infatti effetti positivi sullo sviluppo sano del cervello, sul potenziamento della creatività, sullo sviluppo del problem solving, sulle abilità sociali, sulle capacità di decision-making, sull’autoefficacia e sulla fiducia in sé. Un tempo libero vissuto creativamente consente al bambino di trovare uno spazio di decompressione, di crescita e di interiorizzazione.
Se il gioco si integra al processo di apprendimento, il bambino giocando accresce le sue conoscenze, sviluppa autoregolazione, acquisisce il significato delle cose, conquista la capacità di operare simultaneamente su più piani e di affrontare diversi problemi e incrementa la fluidità ideativa e l’elaborazione originale.

P. Ricchiardi e C. Coggi, “Gioco e potenziamento cognitivo nell’infanzia”, Erickson, 2013

Possiamo perciò sottolineare che il giocare, il sano giocare, quando orientato al rendere la mente libera di attivarsi, quando diventa occasione per accendere i processi di apprendimento sottostanti a quelle richieste di gioco, diventa uno strumento importante da utilizzare, intenzionalmente e consapevolmente, non solo in modo educativo ma anche come occasione di potenziamento cognitivo.
Il gioco non è un passare il tempo: per i bambini non è un perdere tempo o un trovare un modo per occupare il proprio tempo libero. Il giocare, quello che realmente lascia la mente libera di pensare, è molto di più.
Il gioco quindi come linguaggio, come condizione, come canale preferenziale di comunicazione, tramite cui accrescere l’intelligenza dei bambini tutti.
Anche dei bambini che vivono condizioni di reali fatiche dell’apprendere.

Il gioco, la dimensione ludica dell’esistenza (che per il bambino non è una semplice parentesi, ma investe tutto il suo essere), può essere un forte elemento di costruzione del senso di realtà. Il gioco sta sempre sospeso tra il reale e il “virtuale”, tra la concretezza della realtà e l’illusione del sogno.

Il gioco, come detto, esiste solo in presenza di un atto libero e volontario di un soggetto che accetta di giocare: in quel momento si entra nel “cerchio” del gioco ovvero in una realtà dentro la realtà. Ci si muove in un ambito che ha le “sue” regole e che, spesso, solo chi gioca (e conosce quindi il gioco conosce e comprende.

Giocare significa uscire dai circuiti della quotidianità, della realtà ed entrare in una diversa realtà nella quale non siamo più quelli di prima. Poi il gioco finisce e si torna dove eravamo. Ma molte cose possono essere cambiate, dentro e fuori di noi.

Al gioco non si resta indifferenti.

A. Volpi e A. Magnani, “Il gioco è una cosa seria…”, Carocci Faber, 2008

Ho evidenziato le parti che mi sembrano rilevanti ai fini di questa riflessione che vuole mettere in luce alcuni elementi relativamente al gioco e all’apprendimento.

Il gioco è un elemento per costruire il senso della realtà

Un bambino costruisce in sé la propria visione della realtà e la propria individualità attraverso il sentire, il percepire, ovvero prima di tutto attraverso l’esperienza sensibile.
Nel bambino la dimensioni psico e quella motoria agiscono in sinergia e proprio il gioco permette di sviluppare, fin dai primi mesi di vita, la motricità, la percezione del tempo e dello spazio.
Non solo, ancora di più: attraverso proprio il senso-motorio, ambiti che nel gioco si esprimono e vivono in sinergia, nel bambino stesso si struttura un pensiero secondo cui il proprio sé, insieme di corpo e mente, è agente attivo: io posso!
Così, proprio su questa lunghezza d’onda, i contributi della Rubrica Mi muovo e imparo, condotta in collaborazione con la neuropsicomotricista dott.ssa Favaro, sottolineano quanto la dimensione motoria sia espressione dell’agire mentale e dell’essere tutto del bambino e, allo stesso tempo, quanto proprio attraverso il canale motorio e percettivo il bambino possa fare esperienza di nuovi apprendimenti.

Questo per dire, velocemente, che sì, il gioco, fin dalle prime settimane di Vita, può influenzare la dimensione cognitiva del bambino e avere un ruolo funzionale e benefico per il suo sviluppo intellettivo.

Il gioco è un atto libero

Si tratta di un atto volontario, spesso spontaneo, libero, definalizzato. Il gioco libero è quello in cui non interviene l’adulto. Alcune ricerche sostengono che proprio il gioco spontaneo permette di sviluppare autoregolazione, se l’attività presenta tempi e spazi adeguati (ad esempio non inferiore a 45-60 minuti secondo Hewes). Personalmente ritengo che questa sia una questione da valutare bene quando il bambino fa realmente fatica cognitivamente o se il bimbo è troppo piccolo: potrebbe essere necessario l’intervento di mediazione di un adulto.
Ma sicuramente l’osservazione del gioco libero, quello spontaneo, volontario e diretto da parte del bambino, è importante: non solo perché permette di comprendere, in modo onesto intellettualmente, quali siano le competenze, abilità, interessi attuali del bambino, in quel preciso momento e contesto; ma anche perché permette di comprendere quali fatiche il bambino vive rispetto al giocare stesso.

Non si deve però sottovalutare che per un bambino che realmente fatica cognitivamente il gioco può risultare una attività complessa e complicata, quantomeno da portare avanti in modo autonomo. Non dimentichiamo che giocare richiede un investimento e un coinvolgimento di risorse cognitive e di strategie mentali che il bambino potrebbe aver a disposizione non ancora del tutto o per nulla.

Può così capitare di osservare una certa povertà di azioni, di idee, immaginazione, percezione e/o una certa inadeguatezza delle risposte del bambino rispetto un certo gioco – stimolo: i bambini che fanno fatica cognitivamente potrebbero non sapere come reagire in modo adeguato o a autoregolarsi come richiesto dal contesto; potrebbero anche preferire giochi solitari oppure bloccarsi in giochi ripetitivi; avere tempi di elaborazione delle informazioni diversi da quelli dei coetanei o richiesti dal gioco.

Però, se sostenuti adeguatamente per imparare a pensare, imparando a gestire in autonomia o a superare le proprie difficoltà di linguaggio, di memoria, di attenzione, ecc…, possono anche imparare a giocare in libertà: se solo noi adulti, genitori, insegnanti, specialisti, riuscissimo a “cucire su misura” quella “borsetta” per contenere quel “pentolino”…


Questo è uno dei motivi principali per cui noi abbiamo sempre giocato molto con Samuele, in modo intelligente, seguendo cioè i principi della pedagogia della mediazione Feuerstein e con l’obiettivo di dotarlo di quelle strategie e strumenti che, in lui, causa quel cromosoma 21, maturano più lentamente e non sempre adeguatamente. Questa scelta non solo perché il gioco, come detto sopra, è il canale preferenziale per offrire occasioni di apprendimento durante l’infanzia, ma anche perché siamo consapevoli che il nostro Bambino ha bisogno di imparare a giocare, soprattutto in determinate circostanze, tanto più che proprio il giocare in libertà e in modo funzionale gli permette di crescere e di instaurare relazioni con altri e di scoprire di più se stesso e la realtà circostante.

Insegnare a giocare è un modo per costruire autonomia!

Il gioco è una realtà dentro alla realtà

Per i bambini il gioco non è un passatempo. Non è una perdita di tempo né un atto di poco conto.
Il gioco è un’occasione attraverso cui entrare in un’altra dimensione, oltre il reale. Una dimensione che, nella mente del bambino, si configura e viene percepita però come altrettanto reale.
Il gioco è sempre una cosa seria: si fa sul serio!

Il gioco, dunque, è un’esperienza complessa, all’interno della quale convergono intensamente più dimensioni: quella cognitiva, quella affettiva relazionale, quella emotiva. E per questo può risultare difficile in alcuni contesti.

Il gioco come canale di realtà: attraverso l’esperienza di gioco si cresce perché, ad esempio, si conoscono e apprendono nuove regole (che, se davvero apprese, saranno poi spese in altri ambiti della vita) e si impara a conoscere di più se stessi e gli altri.

Samuele e Gabriele, gennaio 2021

Il gioco dunque si configura strettamente connesso all’apprendimento: attraverso il gioco, quello libero e spontaneo soprattutto, si può osservare l’espressione naturale e schietta dello sviluppo del bambino; ma allo stesso modo il gioco libero, individuale o con altri, può essere occasione di nuovi apprendimenti.
Il gioco allora favorisce lo sviluppo intellettivo del bambino e le sue competenze emotive.

Mi piace riferivi che è proprio all’interno di questo spazio di gioco, dimensione reale costituita di immaginario e creatività, dimensione che Winnicott chiamava “un’area intermedia”, “spazio potenziale”, che il bambino esprime sinceramente tutto se stesso, il proprio mondo interiore, le proprie capacità creative, sociali, cognitive, ecc…

Tanto più questo spazio di realtà si fa “spazio potenziale” e viene coltivato, quanto più si sviluppa e diventa occasione di crescita: giochiamo insieme con i nostri Bambini!
Soprattutto se sono bambini che vivono una condizione di fatica dell’apprendere: giochiamo con loro, non solo per il gusto del buon tempo trascorso insieme, per il piacere della relazione, ma anche per essere, goccia dopo goccia, mattoncino dopo mattoncino, di aiuto al loro crescere.
Non servono grandi cose, non servono giochi speciali, materiali particolari, giochi costosi: serve esserci!

Il gioco ha le sue regole

C’è chi intende il gioco principalmente come un’attività che i bambini devono gestirsi liberamente, senza interferenze da parte dell’adulto.
C’è chi, invece, ne predilige l’aspetto educativo e considera la presenza dell’adulto fondamentale per facilitare o orientare il gioco stesso. Più frequentemente mi capita di confrontarmi con genitori che per lo più si limitano a scegliere tempi, spazi e materiali da offrire al proprio bambino che poi resta solo a giocare con se stesso o con altri pari.

Dove sta la verità: meglio il gioco libero o il gioco guidato?

Personalmente li ritengo fondamentali entrambi e preferisco INTEGRARE entrambe le possibilità.
Crescendo Samuele, mi preoccupo di bilanciare entrambe queste dimensioni: sia cioè quella del gioco spontaneo e libero, purché creativo e autotelico, individualmente o in gruppo; sia quella del gioco come occasione di apprendimento guidata dall’adulto mediatore, quando cioè il compito di scegliere, organizzare e presentare la proposta è affidata interamente all’adulto di riferimento, al fine di promuovere alcuni processi cognitivi e metacognitivi, e dunque anche l’attività autonoma del bambino.

Ritengo entrambe le forme del gioco, diretto e libera, necessarie e importanti per lo sviluppo del bambino: la scelta dei tempi da dare a una forma o all’altra sarà personale, ovvero dovrà tenere conto di alcune condizioni e esigenze specifiche di quel Bambino. Non può esistere una ricetta magica, tanto più se si tratta di un bambino piccolo o che fa più fatica cognitivamente, o tempi prestabiliti a priori da seguire rigidamente.

A questo punto, mi sembra doveroso ricordare che il gioco è universalmente riconosciuto come diritto irrinunciabile per la crescita armonica dei bambini, dall’ONU stesso che dichiara così:

Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamene alla vita culturale ed artistica. Gli Stati parti rispettano e favoriscono il diritto del fanciullo di partecipare pienamente alla vita cultura e artistica e incoraggiano l’organizzazione, in condizioni di uguaglianza, di mezzi appropriati di divertimento e di attività ricreative, artistiche e culturali.

Articolo 31, Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, 1989

Ma mi viene da chiedere: nel caso di bambini che realmente apprendono con più fatica, quanto è significativamente tutelato e valorizzato questo diritto?
Dobbiamo sottolineare che sicuramente certi elementi socio-culturali giocano a sfavore: pensiamo a quanto possano risultare oggi, rispetto al passato, limitate le occasioni di gioco libere tra bambini; quanto in famiglia siano, generalmente, ridotti i tempi dedicati al giocare insieme; quanto la diffusione del gioco tecnologico stia favorendo forme di attività per lo più passivizzanti e quanto la pressione mediatica faccia dei bambini dei piccoli grandi consumatori (citando “Gioco e potenziamento cognitivo nell’infanzia).
Dal mio punto di vista, per la nostra esperienza di genitorialità, sono due gli elementi di cui principalmente preoccuparsi:

  1. I bambini spesso, a causa dei molteplici impegni e terapie, hanno poco tempo, troppo poco, per giocare liberamente.
  2. I bambini che fanno fatica cognitivamente potrebbero far davvero fatica a giocare come e con i coetanei. Ma questo non corrisponde a una assenza di desiderio loro e alla mancanza di possibilità di successo da parte loro: l’adulto deve tutelarlo questo diritto!

Di questo cioè bisogna tener conto per intervenire in modo adeguato: proprio perché il gioco è un’opportunità preziosa di sviluppo intellettivo, affettivo, motorio, relazionale dobbiamo pre-occuparci che un bimbo, che apprende con più fatica, possa accedere in modo opportuno al giocare. Goccia dopo goccia. Giorno dopo giorno. Un passettino alla volta.

Poi il gioco finisce e si torna dove eravamo. Ma molte cose possono essere cambiate, dentro e fuori di noi,

Proprio così: il gioco ha un suo tempo e un suo spazio, a un certo punto si conclude. La fortuna è quando, giocando, si cresce, si matura e si apprende: quando cioè si modificano, nel tempo, alcune “cose“, dentro e fuori i giocatori.

Parto dal presupposto che, affinché il gioco sia realmente occasione di crescita, possibilmente integrato al processo di apprendimento personale dello stesso bambino, debba essere fruito in modo funzionale. E dunque, se il giocatore fa fatica cognitivamente, deve essere adeguatamente supportato.

Perché l’obiettivo più grande è riuscire ad appropriarsi di alcuni elementi del gioco, strategie – informazioni – stimoli, per trasportarli e utilizzarli nella “vita reale” o in altre occasioni di gioco libero o eterodiretto: ovvero, rendere realmente spendibili abilità e competenze che il giocare ha permesso di sperimentare e/o consolidare.

Giochiamo insieme allora:

  1. perché prima di tutto a giocare si impara insieme con qualcuno da imitare e/o capace di porsi come medium tra stimolo e bambino!
  2. Proprio perché il gioco è la dimensione per eccellenza tramite cui svilupparsi e crescere, adoperiamoci per assicurare questo diritto al gioco a ciascun bambino, soprattutto quando di mezzo ci sono condizioni che rendono più difficile l’apprendimento.
  3. Insieme è più bello. Il gioco è relazione: stiamo insieme per il piacere della relazione.
  4. Insieme è più facile giocare più a lungo. Nella nostra esperienza, praticare molto frequentemente, anche quotidianamente, sessioni di attività ludiformi hanno permesso a Samuele di aumentare via via i propri tempi di attenzione, trasferendo questa abilità anche in altri contesti e situazioni più complesse.
  5. Pur nel gioco insieme eterodiretto, è bene aver cura di lasciare sempre vive alcune caratteristiche del gioco, quali: la sfida, il divertimento, la possiblità creativa, l’adattamento ai tempi di attenzione del bambino e alle difficoltà che è in grado di affrontare con successo.
  6. La capacità di regolazione e flessibilità sono dell’adulto ma la centralità sacra è del bambino.
  7. Materiali e proposte legate agli interessi del bambino: soprattutto quando fa fatica, è importante motivarlo e renderlo partecipe e attivo tale da essere disponibile a affrontate una “sfida ottimale”.
  8. L’Adulto è centrato sui processi di crescita, più che sul prodotto del gioco: si favoriscono esperienze per imparare a giocare e a rispettare le regole, ad esempio.
  9. L’importanza di integrare il gioco libero e il gioco guidato: una parte è lasciata alla libera iniziativa del Bambino perché sperimenti autonomia, spirito di decisione, capacità di scelta, piacere. Altri aspetti sono guidati, invece, dall’adulto in modo intenzionale e reciproco.
  10. L’intelligenza del bambino si sviluppa quando stimolata, quando il cervello è stimolano e cominciano a stabilirsi delle connessioni: offriamo ai bambini più esperienze per stimolarli a ragionare, a creare, a pensare. Queste stimolazioni hanno poi bisogno di essere rinforzate attraverso la pratica, la ripetizioni di esperienze.


Come giocare e come giocano insieme Samuele e Gabriele ve lo racconto nel prossimo articolo!

RICORDIAMO

Quando i bambini giocano non stanno perdendo tempo: stanno crescendo, stanno rielaborando, interpretando, immaginando, creando, comprendendo, sperimentando!
Restituiamo loro questo tempo sacro e prezioso canale di apprendimento e adoperiamoci per restituire a ciascun bambino la possibilità di accedere realmente a questo diritto anche per imparare nozioni scolastiche, le buone maniere, abilità non ancora emergenti, competenze ministeriali.

Rachele Nicolucci
Mi occupo di apprendimento, dei processi cognitivi dell’apprendere e di metacognizione, a servizio soprattutto di chi non si basta da solo cognitivamente.
Lo faccio in ottica neuropedagogica e della pedagogia della mediazione del dott. Feuerstein.

Novità formativa imperdibile!!!

3 commenti su “Giochiamo insieme? – Parte teorica”

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