
Impara a sostenere il tuo Bambino: fa tutta la differenza.
Quando parliamo di rabbia nei Bambini, il rischio più grande è confondere due piani diversi quello dello sviluppo fisiologico (atteso cioè per lo sviluppo, di “normale” funzione) e quello della deriva patologica o disfunzionale. Nei primi anni di vita, i “capricci”, le crisi di rabbia – i cosiddetti temper tantrums – fanno parte dello sviluppo. Eh sì, mi dispiace: quelle espressioni di comportamento dei nostri Bambini tanto fastidiose per molti adulti, e tanto criticate, sono -entro certe caratteristiche- un segnale di vivacità intellettiva.
Tra i 18 mesi e i 4 anni sono risposte tipiche a frustrazione, attesa, bisogni non soddisfatti (es. fame, sonno, gioco, attenzioni dell’adulto), richieste poco piacevoli/non facilmente accomodabili o difficoltà comunicative.
Sono crisi per lo più
- brevi (in media intorno ai 5 minuti)
- legate a un evento scatenante abbastanza chiaro (ai più attenti)
- spesso seguite da stanchezza o bisogno di dormire
- espressione di un sistema nervoso ancora (naturalmente) immaturo
In questi casi non parliamo di “mancanza di regole”, ma di incapacità neurologica temporanea di autoregolarsi.
Temporanea: siamo fatti in modo tale che la genetica e l’ambiente, combinandosi, permettano lo sviluppo di strutture cerebrali e quindi il funzionamento di attività a queste strutture collegato. Il Bambino, crescendo, e in base alla qualità delle esperienze che farà, imparerà a rispondere in modo più regolato alle situazioni di frustrazione, attesa, bisogni (fame, sonno per esempio), richieste non piacevoli, ecc.


Perciò: se ti stai chiedendo se il tuo Bimbo, che ha 1 anno così come 5, sia capriccioso… la mia risposta è: no! I capricci non esistono. Nè a un anno nè a 100 anni! Ripeti con me: i capricci non esistono. Sono una comoda etichetta lessicale ingiusta e non onesta nei confronti dell’infanzia e dei soggetti con fragilità e che oggi, avendo strumenti di conoscenza prima impensabili, dobbiamo accettare di non usare più o comunque modificare. Prova a aggiornare il tuo linguaggio alle scoperte recenti, e scoprirai che diventerà più semplice rapportarsi anche con il tuo Bambino.
Potresti comunque domandarmi:
‘e quando il mio Bambino davanti a una mia richiesta legittima (ad es. “andiamo a lavare i denti?” oppure “Ora spegni la tv” o ancora “vuoi provare a mangiare da solo col cucchiaino?”) comincia a urlare, a dimenarsi come un matto, a lanciare oggetti a caso, quando diventa tutto rosso, rigido e agitato… cosa devo pensare? Cosa sta facendo?‘ Quelli cosa sono??’
Il tuo Bambino attraverso tutti quei sintomi sta semplicemente comunicando, con gli strumenti che ha: il corpo e il comportamento psicomotorio tutto. Urla, agitazione psicomotoria, sudorazione, rossore in viso, scialorrea, pianto e persino le “condotte aggressive” (fisiche e/o verbali)… sono tutti segnali che ci dicono che è in atto quantomeno il tentativo di una comunicazione. Tentativo mal riuscito secondo i canoni adulti (chiaro), ma è un tentativo di affermare un proprio pensiero / bisogno / preferenza / desiderio / frustrazione – paura ecc rispetto quella situazione ambientale. Come ti aspetti che, se insisti, se quello stimolo ambientale persiste, il tuo Bambino possa chiaramente comunicarti che proprio non lo vorrebbe (fare/sentire/ percepire ecc)?
Il punto, però, è un altro.
Quando la rabbia smette di essere fisiologica
Alcuni studi ci dicono che esistono indicatori per dire quando è meglio rivolgersi a un professionista: quando cioè questi comportamenti influenzano significativamente la qualità della vita, sono persistenti e presenti in più contesti di vita. Non si tratta di fare diagnosi o allarmismi ma di comprendere cosa è fisiologico, e quali sono i primi “segnali” che ci dicono che forse occorre un aiuto differente. Per esempio quando
- le crisi mantengono alta intensità, qualità e frequenza anche dopo i 4 anni,
- compaiono condotte aggressive verso se stessi o gli altri,
- la durata della rabbia supera stabilmente i 5–10 minuti,
- la frequenza arriva a più di 5 episodi al giorno,
- le crisi si manifestano in più contesti di vita,
- tra un episodio e l’altro rimane umore negativo e irritabilità,
- i tempi di recupero sono molto lunghi.
Qui non siamo solo davanti a un Bambino che sta sperimentandosi con gli strumenti che ha, ma a un funzionamento emotivo che chiede lettura, struttura e intervento educativo intenzionale e professionale.
E questo vale per tutti i Bambini (e non solo per i nostri cuccioli).
Il nodo scomodo: disabilità, rabbia e regole
Ed è qui che entra in gioco un tema che spesso genera disagio, fraintendimenti e silenzi: i Bambini con disabilità. I Bambini con disabilità, lo sappiamo, a fronte di una certa età cronologica (es. 10 anni) possono avere un’età mentale ovviamente inferiore. Facciamo un esempio: sono al mondo da 10 anni e ho un’età mentale di 6. Vuol dire che, a fronte del fatto che sono nato 10 anni fa, una serie di iter valutativi hanno permesso di concludere che le mie competenze e abilità sono quelle che avrebbe un Bimbo di 6 anni (secondo il nostro esempio) a sviluppo tipico. Dobbiamo considerare che i Bambini con disabilità spesso (non sempre, certo) vivono anche dei disturbi del linguaggio o anche della comunicazione: questi sono fattori che impattano pesantemente sul discorso della regolazione delle emozioni, e quindi del comportamento (approfondiamo sotto).
Oltretutto, c’è anche un’idea, più diffusa di quanto si ammetta, secondo cui: se un Bambino ha una disabilità, allora le regole diventano opzionali.
Ma questa non è assolutamente inclusione!
È una forma sottile di esclusione.
Perché le regole, cari miei adulti, non servono a normalizzare, servono a rendere possibile la vita nel gruppo sociale. Le regole a casa, a scuola, a terapia, al parco, in patronato e persino dal dentista non servono a fare le cose bene per apparenza o a sentirsi i bravi, servono a garantirci l’appartenenza attiva all’interno di quel gruppo. E questo è prezioso, soprattutto per i soggetti fragili: avere un gruppo di appartenenza e poterlo vivere in modo attivo e ricevendo la compagnia, la protezione e la cura del gruppo, è fondamentale.
Senza regole, l’unica alternativa è restare soli e “quelli diversi”
Un Bambino – con o senza disabilità – che non viene accompagnato nella regolazione della rabbia, nel rispetto dei limiti condivisi, nella tolleranza della frustrazione, non è veramene amato. Non viene davvero incluso. Non è veramente rispettato e valorizzato.
Viene tenuto ai margini, con l’etichetta implicita di:
“lui è fatto così”
Ma cosa significa questo nel tempo?
Significa che l’unico modo per stare nel gruppo diventa abbassare continuamente le aspettative, dover sempre adattare l’ambiente (quindi anche gli altri Bambini) al soggetto fragile, giustificare (e sopportare) ogni comportamento, non rendere accessibili possibilità “prossimali”.
E a quale prezzo tutto questo?
Al prezzo di fare sempre i diversi. Al prezzo di non poter mai ambire a una reale appartenenza. Al prezzo di inasprire rigidità cognitive nella Persona con disabilità e ridurre i margini di crescita e sviluppo ai minimissimi termini.
Regole non uguali, ma accessibili
Chiaramente, chiedere il rispetto delle regole a un Bambino con disabilità non significa ignorare le sue specificità e bisogni, oppure applicare modelli rigidi, pretendendo magari prestazioni impossibili. Mi raccomando, mie cari lettori, non cadiamo nella trappola della dinamica duale: non è tutto o bianco o nero.
Chiedere il rispetto delle regole a un Bambino con disabilità intellettiva significa fare un lavoro molto più complesso e intenzionale:
- rendere le regole comprensibili
- adattare i canali comunicativi
- sostenere la regolazione emotiva
- essere costanti, leggibili, affidabili.
Perché la prevedibilità fa regolazione (vale per noi adulti, tanto più per i nostri cuccioli o creature fragili). E la regolazione è la base per stare con gli altri.
La vera domanda educativa
La domanda non è:
“Possiamo chiedergli di rispettare le regole?”
La domanda è:
“Che adulto diventerebbe un Bambino a cui non viene insegnato come stare dentro un gruppo?”
Come può un Bambino stare nel gruppo sociale se non gli insegniamo come si sta nel gruppo? Perché l’inclusione non è eliminare i limiti o livellare le differenze. È insegnare ad attraversare limiti e differenze senza perdere la relazione.
Come aiutare il tuo Bambino con disabilità a rispettare le regole e comportarsi in modo adeguato
Come probabilmente saprai, la postura educativa didattica che porto è caratterizzata da un alto livello di responsabilità di cura, consapevolezza e intenzionalità.
Quando quindi vogliamo aiutare il nostro Bambino a rispettare di più le regole o a comportarsi meglio nei suoi gruppi sociali, (purtroppo) la prima cosa da fare è assumersi le proprie responsabilità di ambiente modificante e differenziale di sviluppo (puoi approfondire questo argomento qui).
In sintesi devi assolutamente tenere conto di questo, che il lavoro parte sempre da te, seguendo queste traiettorie:
- Si impara sempre dentro una relazione in cui l’adulto sa fare l’adulto e sa come funziona un Bambino: l’auto-regolazione non si impara da soli. Da soli non si cresce bene. Vale per tutti i Bambini: imparo a auto-regolarmi attraverso la relazione con il mio primo Altro (mamma e papà specialmente, gli educatori del nido, le maestre della scuola dell’infanzia). Attraverso l’eteroregolazione. Un Bambino impara davvero non sentendo dire mille parole o solo leggendo i libri:bastasse parlare o leggere per modificare un Bimbo con disabilità… beh, sarebbe tutto risolto, no?! Il Bambino apprende meglio e per davvero quando in campo, abitando le esperienze di vita: è soprattutto guardando al suo adulto che mette in atto strategie di autoregolazione per sé che può capire la forza dell’autoregolazione. Perciò i momenti in cui il tuo Bambino “fa i capricci” (e tu mi vai in frustrazione, ti irriti, senti il fastidio salire per la perdita di controllo o causa del peso dello sguardo altrui) diventano un tempo prezioso e di cui “approfittare” per mostrargli come reagire in modo adeguato nei momenti di frutrazione o di “fuori pista”. E’ cosi, nella mediazione dell’interazione, che il tuo Bambino comincerà a essere educato all’acquisizione di un pensiero strategico.
- Educare alle emozioni e al linguaggio dell’affettività è un elmento di protezione: conoscere, e usare possibilmente, il linguaggio relativo alle proprie emozioni e mondo affettivo è la base per promuovere una consapevolezza di sé e lo sviluppo di una identità armonica e capace di autoregolarsi intellettivamente.
- Lo sviluppo dell’empatia viene mediata dentro all’appartenenza a un gruppo sociale: avere l’opportunità di vivere un gruppo sociale in modo attivo, guidato da un adulto consapevole e intenzionale, è un’ottima possibilità per sviluppare l’empatia, e quindi migliorare la propria autoregolazione. Attenzione: vivere un gruppo (es. il gruppo classe) non significa essere solo presenti fisicamente….
- Per accompagnare un Bimbo con disabilità intellettiva è spesso necessaria una “dolce e intelligente fermezza”: i Bambini tutti hanno bisogno di guide sicure, serene, consapevoli e intenzionali.
- E’ possibile apprendere il rispetto delle regole, almeno quelle basiche di igiene di sé, di cura verso se stessi, gli altri e l’ambiente, non tramite “addestramento” o per obbedienza passiva ma attraverso una postura educativa metacognitiva che rimetta al centro sempre il Bambino (anche quando in condizione di disabilità), e non i suoi adulti. E’ un percorso più lungo, che richiede l’attivazione e la formazione dell’adulto, che smette di fare cose a caso, tramite tentavi e errori o sulla scia del “si è sempre fatto così”.
- E, non ultimo per importanza, risulta fondamentale il supporto dell’adulto capace di guidare il Bambino a una corretta e completa percezione dello stimolo, e della richiesta / condizioni dell’ambiente (ecco perché risulta necessario acquisire strumenti per imparare a interagire in modo da solleticare precocemente il cognitivo). Spesso un Bimbo con disabilità non è educato a percepire correttamente e in modo almeno essenziale l’ambiente circostante, e in questa fragilità, che è anche di integrazione sensoriale, disperde energie, possiblità di comprensione e di adattamento sociale.
Per concludere
La rabbia dei Bambini, anche se per noi adulti può essere irritante, scomoda e fastidiosa, è un’emozione primaria fondamentale. E va letta come potente (oh se è potente!) strumento di comunicazione, non negata né controllata. Lo so è difficile. Penso che tanti di noi, adulti, possano dire di dover lavorare su loro stessi per rimanere saldi e sereni davanti a una creatura “capricciosa” (e non mi addentro maggiormente sui motivi della faccenda).
Le regole sono uno strumento di appartenenza al gruppo: non vanno cancellate, vanno mediate (e possiamo imparare a farlo insieme).
L’inclusione vera non nasce dall’eccezione continuamente concessa, ma dalla possibilità di appartenere senza essere sempre ‘altro’.
Ed è una responsabilità educativa che riguarda tutti noi adulti.
Senza un lavoro serio su rabbia, limiti e regolazione,, l’unica alternativa è restare sempre fuori dal gruppo, protetti ma esclusi.
Leggere questi temi può smuovere domande, dubbi, a volte anche fatica. È normale. Perché educare non è applicare ricette o agitare la bacchetta magica, ma reggere complessità e favorire vita che scorre.
Perciò se senti che:
- la rabbia del tuo Bambino ti mette spesso in difficoltà,
- il tema delle regole si intreccia a senso di colpa, paura di sbagliare o di essere troppo rigidi,
- lavori o vivi accanto a Bambini con disabilità e desideri un’inclusione reale, non di facciata,
sappi che non sei solo e che non devi improvvisare. Esistono strumenti, cornici teoriche solide e pratiche educative che permettono di comprendere, intervenire e trasformare, senza perdere né la relazione né l’autorevolezza.
Nel mio lavoro accompagno genitori (percorso base e percorso avanzato) e docenti proprio in questo passaggio: dal sentirsi bloccati o confusi, al costruire chiarezza, competenza e fiducia nel proprio ruolo educativo.
Se senti che può essere il tuo momento per approfondire e fare ordine, ti aspetto nei miei percorsi di formazione e accompagnamento. Non per diventare “perfetti”, ma per diventare più consapevoli, più efficaci e più liberi nel lavoro educativo quotidiano.

Rachele Nicolucci: qualcosa su di me.
Mi occupo di apprendimento, dei processi cognitivi dell’apprendere e di metacognizione, a servizio soprattutto di Genitori e Docenti di un Bimbo che non si basta da solo cognitivamente.
Lo faccio in ottica neuropedagogica, metacognitiva e della pedagogia della mediazione del dott. Feuerstein.
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Se questo articolo ti ha aiutato a vedere qualcosa in più, se ti ha aperto un piccolo spiraglio, allora potresti essere pronta/o per un passo in più.
Perché i bambini sono ciò che li aiutiamo a diventare.
– Prof.ssa Daniela Lucangeli
Con cura,
Rachele Nicolucci
Formatrice, docente, mamma caregiver e sibling
Ideatrice di Sindrome d’Apprendimento
Insieme per un futuro migliore, un giorno alla volta.









